Mettere a fuoco

Management

Di una foto nitida si dice che è "a fuoco". Tutte le fotocamere posseggono un dispositivo che svolge questa funzione automaticamente.

Le fotocamere, amatoriali e professionali, di basso e alto prezzo, hanno tutte il dispositivo per la messa a fuoco automatica. Per brevità, nel libretto d’istruzioni, è definito autofocus. È talmente scontata la sua presenza e la sua efficienza, nei meccanismi di una macchina fotografica, che ci stupiamo quando le fotografie non risultano a fuoco, cioè ben nitide e definite. Accade. Anche con i più sofisticati autofocus. Per evitare la spiacevole sorpresa è utile sapere come funziona e cosa bisogna fare per usarlo nel modo migliore. Non tutti i fotografi, anzi pochi, posseggono occhi di falco. I costruttori si sono sempre ingegnati per costruire sistemi che li aiutassero ad avere le foto ben nitide. Già le prime fotocamere montavano dispositivi, come il telemetro, per una focheggiatura oggettiva e non basata sugli imperfetti occhi del fotografo. Ma il primo autofocus fu presentato nel 1976 alla Photokina, la grande fiera mondiale della fotografia che si tiene, ogni due anni, a Colonia, in Germania. In quell’occasione Konica propose il modello C35 AF. Una fotocamera a ottica fissa, paragonabile alle attuali compatte. Tuttavia, per vedere il primo moderno sistema di autofocus, si dovette attendere il 1985 e la Minolta 7000, reflex a obiettivi intercambiabili. Il principio di funzionamento adottato su quell’apparecchio, migliorato da vent’anni di progressi tecnologici, è usato ancora oggi dai dispositivi di tutte le macchine fotografiche: è il cosiddetto autofocus passivo. Si basa sul fatto che un punto luminoso appare più grande quando è fuori fuoco. Facciamo un esempio pratico. Tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo puntato un cannocchiale verso le stelle del cielo. Man mano che le mettevamo a fuoco, le vedevamo rimpicciolire e acquistare luminosità. Raggiungevano la massima luminosità quando riuscivamo a vederle ben nitide e definite, a fuoco, in altre parole. Mettiamo un sensore CCD al posto del nostro occhio, un microprocessore al posto del cervello e un sistema meccanico, che sposta le lenti dell’obiettivo, al posto della mano che agisce sulla ghiera di messa a fuoco. Il gioco è fatto. La base del moderno sistema autofocus è questa. Successivi miglioramenti hanno portato a escogitare soluzioni più complesse. Per esempio ricoprire il sensore CCD con uno strato di microscopiche lenti cilindriche,che rendono il tutto più efficiente. Determinante, per la buona riuscita della messa a fuoco, la sensibilità alla luce del CCD. Più sarà influenzato da bassi livelli di luce, più efficace risulterà il sistema. Il punto debole dell’autofocus è proprio la luminosità del soggetto fotografato. Se è bene illuminato e ha un buon contrasto, la messa a fuoco automatica è sicura. Se è poco illuminato ed è poco contrastato, l’autofocus spesso si trasforma in …autosfocus. La battuta è facile, ma efficace. In condizioni di scarsa luminosità: in interni a luce ambiente, giornate di nebbia, soggetti con ampie superfici di colore uniforme, l’autofocus fa capricci. Per ovviare, in parte a questi difetti costituzionali, i costruttori hanno dotato le fotocamere di un illuminatore agli infrarossi. La luce che emette è invisibile all’occhio umano, ma visibile al sensore. In alcuni casi, c’è una luce normale che si accende al momento del bisogno. Il limite del sistema è la portata, non superiore ai cinque/sei metri.

Autore: ITespresso
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