Netcomm e dieci siti e-commerce contro direttiva UE

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Il settore europe del commercio elettronica critica la proposta di direttiva UE sull’e-commerce. Netcomm e altri dieci firmatari spiegano le loro ragioni in un appello congiunto

La direttiva dell’Unione europea per armonizzare i diritti dei consumatori europei, si scontra contro Netcomm e dieci siti e-commerce, firmatari di un appello congiunto che mira a contrastare la direttiva stessa. L’appello dei firmatari contro la direttiva sul commercio elettronico, scrivono di aver già espresso forti preoccupazioni sulla direttiva, sia individualmente che attraverso l’EMOTA (European Multi-channel and Online Trade Association), ma che si sono uniti in un appello congiunto per ribadire la loro più profonda riserva nei confronti di alcune disposizioni previste dalla direttiva.

I punti caldi e controversi sarebbero gli articoli 16, 17 e 22 bis della proposta di direttiva. Temono che una società debba “affrontare l’obbligo di pagamento per la raccolta delle merci (articolo 17) utilizzate dai consumatori per 28 giorni e a rimborsare la totalità dei costi al consumatore ancor prima che possano essere controllati eventuali danni o effettivo uso dei prodotti (articolo 16). Inoltre, a seguito dell’articolo 22 bis, le aziende potrebbero essere obbligate a un contratto fuori dal proprio paese vedendosi così negata la libertà di contratto“.

Le organizzazioni firmatarie credono che “tali misure siano in contrasto con gli interessi dei consumatori perché hanno un impatto diretto sul prezzo dei prodotti e sulle scelte di consumo” e denunciano che il costo totale delle misure è stimato in 10 miliardi di euro all’anno; inoltre temono che mettano a repentaglio “la situazione finanziaria di molte aziende dell’Unione, in particolare le piccolissime, le piccole e le medie imprese, molte delle quali non sopravvivranno ai costi generati da tali misure”; sono preoccupate che “mettano a rischio seriamente diversi principi fondamentali del diritto comunitario e in particolare il principio di proporzionalità”; infine paventano che moltiplicherà le rese e “la circolazione dei beni restituiti dai consumatori, poiché tali misure comporteranno un aumento degli oggetti restituiti pari a due o cinque volte, a seconda dei prodotti, come si può osservare nel caso della Germania” con un impatto negativo sull’ambiente a causa di un aumento delle emissioni di CO2.

Per concludere i firmatari denunciano “l’assenza di qualsiasi consultazione o valutazione dell’impatto, dato che tali misure interesseranno migliaia di aziende e milioni di consumatori in Europa”; “la mancanza di sostegno da parte delle associazioni dei consumatori“. Oggi il commercio elettronico sta vivendo una crescita molto rapida, e queste misure più che promuovere lo shopping online, potrebbero al contrario frenarlo.

In sinbtesi i firmatari chiedono alle Autorità europee di astenersi dall’adottare gli articoli 16 e 22 bis nella loro attuale versione e si oppongono all’articolo 17 così come proposto nell’ultima variante dal Parlamento, nell’interesse delle imprese e dei consumatori europei e in vista della realizzazione di un Mercato Unico Interno”.

Oggi a rallentare l’e-commerce è la scarsa conoscenza delle lingue straniere, e sui Consumer rights (diritti dei consumatori) piovono critiche da mesi.

Consumer Rights, le associazioni europee dicono no
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Autore: ITespresso
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