Oblivion

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Non ci crederete fino a quando non lo avrete visto con i vostri occhi…

Chiariamoci subito. Recensire un gioco come Oblivion in questa misera paginetta non è possibile, motivo per cui non proviamo neppure a farlo. Quello che vorremmo giungesse al lettore è però perlomeno il sentore della grandezza di quest’opera, che non solo ipoteca il titolo di ?videogioco dell’anno?, ma segna un passaggio epocale nell’intera storia dei videogiochi. Il suo merito principale è quello di essere riuscito, come gioco di ruolo, a portare alle estreme conseguenze il cammino tracciato dal precedente Morrowind: coniugare la spaventosa vastità di possibilità offerta dal gioco con uno straordinario spessore tattico. La caratteristica più sorprendente di Oblivion, prosaicamente definibile come un gioco di ruolo in prima persona, è infatti la sua capacità di costruire una sorta di ?ecosistema?, pulsante di vita propria, tutt’intorno al giocatore. Così, mentre un sofisticato meccanismo di intelligenza artificiale collega i comportamenti di ogni personaggio non giocante a quello di tutti gli altri, un vero e proprio modello fisico governa il movimento, i combattimenti e la cinetica degli oggetti. Già questi due sistemi rendono il mondo di Oblivion coeso e verosimile, al punto che le cose paiono accadere per ragioni precise e ponderabili. Man mano che si gioca si fa sempre più forte una sorta di ?senso di realtà?: si impara cioè ad aspettarsi ciò che potrebbe ragionevolmente accadere e si interiorizzano, con tutte le loro vastissime implicazioni, le convenzioni sociali, l’alternarsi del giorno e della notte e persino la portata morale delle proprie azioni. Questa sorta di ?transfert? è ulteriormente favorito da una grafica che non ha paragoni. Chi può giocare con un computer davvero potente, vedrà aprirsi dinnanzi a sé un mondo dettagliatissimo ma esteso a perdita d’occhio, dove ombre e luci compongono paesaggi che si possono ?respirare? prima ancora che vedere. La ricchezza di particolari, siano essi alberi frondosi mossi dal vento o daini che corrono sotto le loro chiome, convoglia un curioso senso di spaesamento, quasi che si venisse realmente precipitati in un mondo parallelo. Oblivion, d’altronde, è pura esplorazione. Esplorazione fisica quando, viaggiando, anche a dorso di cavallo, si va alla scoperta delle mille sorprese che le vastissime terre di Cyrodiil nascondono a ogni angolo: cave abbandonate, pozzi, accampamenti, tesori segreti, cripte, altari e chi più ne ha più ne metta. Ma anche ?esplorazione sociale?, alla scoperta degli effetti della persuasione, dell’appartenenza alle diverse gilde, dei mille usi della furtività, dell’alchimia, del combattimento… Insomma Oblivion è talmente ricco, denso e coeso da apparire più come un ?giocattolo? che come un ?gioco?: lo si può usare come si vuole, sperimentando a più non posso, rimirandolo senza fretta, correndo a perdifiato da un obiettivo a un altro, fino a perdercisi dentro. Oblivion non è un gioco da completare, ma un’esperienza da vivere sulla pelle. Le centinaia di quest che si affiancano a quella principale, creano una specie di ?trama diffusa?, che il gusto personale del giocatore, il caso o le circostanze accorpano in un’unica avventura di proporzioni epiche. Non si tratta di un gioco perfetto. Non mancano fastidiose sbavature, come una pessima localizzazione in italiano, clamorosi scivoloni dell’intelligenza artificiale e qualche bug qua e là, circostanze in cui il meccanismo artificiale del gioco rompe l’incanto di questa fantastica illusione. Sono però momenti che non lasciano traccia. L’ultima fatica dei Bethesda rifulge adamantina, a imperitura memoria di come devono essere realizzati i videogiochi. Un capolavoro assoluto.

Autore: ITespresso
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