Open Source nella P.A.: si, ma…..

Management

La Commissione Ministeriale conduce un’indagine accurata sulle potenzialità dell’open source, ma rimangono molti dubbi sulla diffusione di questi programmi in ambito P.A.

Si è conclusa da poco l’Indagine conoscitiva sul software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione, condotta dalla Commissione Ministeriale promossa e costituita nel gennaio scorso da Lucio Stanca, Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie, con l’obiettivo di approfondire la conoscenza del fenomeno dell’open source al fine di consentire alla Pubblica Amministrazione una corretta valutazione della possibilità del suo utilizzo. In sostanza i risultati sono stati buoni in quanto la Commissione ha valutato positivamente l’uso del codice informatico a sorgente aperta, open source nella Pubblica Amministrazione ma, contestualmente, ha disposto che le scelte di soluzioni e di servizi siano effettuate solo sulla base di un’attenta analisi del rapporto tra costi e benefici. Dall’indagine della Commissione del MIT è emerso che nel 2001 la pubblica amministrazione, centrale e locale, ha speso per l’acquisto di software 675 milioni di euro; di questi, il 61% si è concentrato sullo sviluppo, manutenzione e gestione dei programmi custom, ossia sviluppati su commessa per una specifica amministrazione; il restante 39% è stato impiegato per acquistare licenze di pacchetti software. A proposito di quest’ultimo tipo di spesa, 63 milioni di euro sono stati utilizzati per i sistemi operativi (software per Pc, mini e mainframe); circa 30 milioni per la gestione di basi di dati (DBMS); 17 milioni di euro per i prodotti di office automation. In sostanza, quindi, il maggior costo degli investimenti informatici della pubblica amministrazione viene assorbito per i prodotti custom. Come è noto per software Open Source si intende un programma di cui è possibile conoscere il codice sorgente, cioè la sua vera struttura, che negli altri software è invisibile perché cancellata dalla compilazione in linguaggio macchina. Questo tipo di software deve essere di libera distribuzione, anche se non necessariamente gratis (ma nella maggior parte dei casi lo è), non deve presentare discriminazioni di utilizzo nei confronti di determinate categorie di persone o di materie e deve essere liberamente modificabile da chiunque. Già agli inizi del 2000 rappresentanti dell’AIPA, del Ministero della Pubblica Istruzione, dell’ALCEI, e della rivista Interlex sostenevano che lo Stato era troppo dipendente dai prodotti Microsoft contraddistinti da costi piuttosto elevati. In particolar modo si sosteneva che i prodotti “incriminati” erano soggetti a rapidi aggiornamenti tra l’altro incompatibili con versioni precedenti, ciò imponeva come logica conseguenza degli onerosi finanziamenti per l’approvvigionamento di nuovo software. Con l’avvento, poi, di Internet la situazione peggiorava ulteriormente considerato il ricorso indiscriminato alle piattaforme di Bill Gates sia come browser che come programmi di gestione. Questo movimento con il passare del tempo si è ulteriormente organizzato fino alla nascita di una vera e propria associazione per la diffusione del software aperto nella Pubblica Amministrazione denominata “Associazione OpenPA”. Le numerose attività favorevoli all’introduzione del software open source nell’ambito della P.A. hanno prodotto gli effetti voluti ed il Ministero per l’Innovazione e le Tecnologie, resosi conto di questa importante realtà, ha costituito con decreto firmato il 31 ottobre 2002 una commissione di esperti denominata “Commissione per il software a codice sorgente aperto nella Pubblica Amministrazione”, con l’obiettivo preciso di procedere a un’analisi dettagliata delle opportunità per le pubbliche amministrazioni derivanti dal software open source. [ STUDIOCELENTANO.IT ]

Autore: ITespresso
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