Palazzi in posa

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La foto d’architettura è un genere cui si può dedicare qualsiasi fotografo. Per ottenere buoni risultati però bisogna conoscerne almeno le regole principali e impiegare gli strumenti più adatti.

Molti pensano che la fotografia d’architettura sia un genere facile e che basti mettersi davanti a un palazzo e scattare la foto. Le cose stanno un po’ diversamente. Riprendere l’architettura è anche interpretarla. Sono passati i tempi in cui gli Alinari riprendevano i monumenti italiani all’alba, per non avere persone nell’inquadratura e con punti di vista rigorosamente frontali. Il fotografo è qualcosa di più di un semplice compilatore di cataloghi. La ripresa – qualsiasi genere di ripresa, dal ritratto alla macrofotografia – è sempre un’interpretazione. C’è chi interpreta bene e chi interpreta male, qui sta la differenza. Interpreta bene chi conosce a fondo il soggetto. E non è semplice conoscere a fondo l’architettura; ma è indispensabile, se si vuol essere bravi fotografi, anche rimanendo al semplice livello amatoriale. Poi viene la tecnica di ripresa, anche questa importante. I professionisti tendono a usare dorsi digitali o fotocamere digitali di medio formato, come la Mamiya ZD.Tali apparecchi offrono immagini con un numero di dettagli maggiore, rispetto a quelle ottenute con formati di minori dimensioni. Il grande formato era obbligatorio all’epoca dell’emulsione all’argento. Il digitale ha un po’ rimescolato le carte e c’è anche chi fotografa l’architettura con le reflex Canon ?pieno formato? e quelle APS-C. I risultati sono buoni, anche se un dorso digitale 4.5×6 fornisce una quantità d’informazioni, vale a dire di dettagli, sicuramente maggiore.

La prima difficoltà

La prima difficoltà in cui s’imbatte chi si voglia dedicare a questo genere sono le cosiddette ?linee cadenti?. Il fenomeno si verifica quando, per riprendere un palazzo, il fotografo inclina verso l’alto la macchina. In questa posizione il piano della pellicola non è più parallelo alla facciata dell’edificio e questo, nella fotografia, sembrerà cadere all’indietro. Per evitare l’inconveniente si possono adottare quattro soluzioni: tre nella fase di ripresa, una in fase di post produzione. Al momento della ripresa si può: 1) arretrare e innalzare il punto di ripresa, in modo da abbracciare nell’inquadratura tutto l’edificio. Purtroppo questo è spesso impossibile. Il palazzo si trova in una via stretta, oppure si affaccia su di una strada molto trafficata. Se il fotografo si piazzasse in mezzo al traffico per scattare una foto, rischierebbe la pelle. 2) Usare una lunghezza focale grandangolare, il cui angolo di ripresa permetta di avere nell’inquadratura tutto il soggetto. In questo caso l’attenzione da porre affinché il piano pellicola sia perfettamente parallelo alla facciata dell’edificio è ancora maggiore. Il grandangolare esalta le linee cadenti. Di frequente, oltre all’edificio, il grandangolare riprende una porzione indesiderata di quanto gli sta attorno. E allora sono pali della luce, alberi, fili elettrici, che disturbano la pulizia dell’immagine. 3) Decentrare verticalmente l’obiettivo. Ciò è possibile con le fotocamere professionali a banco ottico, in cui anche il dorso può essere decentrato. Tuttavia nel corredo delle reflex delle marche più importanti si trovano obiettivi decentrabili. Sono i cosiddetti ?shift?, costruiti in modo da poter decentrare in alto, in basso e anche lateralmente. Il decentramento in alto e in basso è utile per raddrizzare le linee che con l’inclinazione della macchina sono riprodotte convergenti verso l’alto. Il movimento laterale, invece, serve spesso a eliminare dall’inquadratura qualche particolare fastidioso, situato ai bordi. Quando si riprende con questi obiettivi è indispensabile fissare la macchina sul cavalletto. È il solo modo per controllare il perfetto parallelismo tra la facciata dell’edificio e il cosiddetto piano pellicola, oggi il piano su cui giace il sensore digitale. Rispetto agli obiettivi di pari focale i decentrabili sono meno luminosi, più grossi e pesanti e non permettono di usare gli automatismi di esposizione. Le linee cadenti si possono anche correggere in post produzione, grazie ai programmi come Photoshop. I risultati sono di buona qualità. Per raggiungerli, oltre a possedere un programma adatto, è necessario acquisire un po’ di esperienza nella sua gestione. Il tempo impiegato nella correzione via software non è inferiore a quello che il fotografo spende nel farla in fase di ripresa. Altri obiettivi Lo shift non è l’unico obiettivo adatto. Anzi, si può affermare che possono essere usate tutte le ottiche. Sta al fotografo impiegarle nel modo migliore per far risaltare un particolare, o situare il soggetto nel suo contesto con una focale grandangolare piuttosto che normale oppure tele. Ognuna fornisce una prospettiva e quindi una visione differente. Alcuni stili architettonici sono più adatti di altri a essere ripresi con determinati obiettivi. È il campo abbracciato dalla focale che determina l’ampiezza dell’inquadratura. Spesso un grandangolo serve più di un teleobiettivo a situare nel suo ambiente il soggetto. Il teleobiettivo, invece, è più adatto alla ripresa di particolari altrimenti irraggiungibili; oppure ad astrarre il gioco di linee e masse della realtà architettonica ripresa. Il corretto uso di una focale non dipende solamente dalla necessità di avvicinare o allontanare il soggetto, in modo che stia dentro l’inquadratura. Per questo motivo non è tassativo usare una focale piuttosto che un’altra. Il gusto e la bravura del fotografo sono più importanti dell’obiettivo. Sbaglierebbe chi suggerisse per le foto d’architettura solamente il grandangolare. Questa focale è spesso usata, ma nella maggior parte dei casi perché lo spazio a disposizione della ripresa non permetteva altro. Il medesimo suggerimento vale per i teleobiettivi: non sono utili solamente per riprendere un particolare lontano.

Filtri e accessori Se si osservano le immagini pubblicate nei libri e nelle riviste, si vedrà che i filtri usati dai professionisti sono pochi. Il polarizzatore fa la parte del leone. Serve a saturare il blu del cielo,ma non solo; anche le tinte degli edifici sono saturate e risultano più piene. L’uso del polarizzatore presuppone di fotografare con la macchina su cavalletto. Bisogna ruotarlo, una volta montato sull’obiettivo, per raggiungere l’effetto migliore; e ciò è molto difficile da fare, fotografando a mano libera. In certe occasioni, per esempio quando c’è troppa luce, o si desiderano ottenere particolari effetti di sfocatura, è utile anche un filtro grigio. Non modifica i colori del soggetto, ma si limita ad assorbire una certa quantità di luce, secondo il suo coefficiente. Se si desidera utilizzare un certo diaframma, e anche impostando il tempo più breve la luce è ancora troppa, il filtro grigio è l’unica soluzione. Il filtro grigio può essere sostituito da un secondo filtro polarizzatore, montato sopra il primo. Ruotandolo si riesce a ridurre la quantità di luce fino al buio totale. Un robusto cavalletto fa sempre parte del corredo del fotografo d’architettura. Spesso si impostano diaframmi piuttosto chiusi, e i conseguenti tempi lunghi richiedono una stabile base d’appoggio per la macchina fotografica. In ogni caso, anche con tempi che sembrano mettere al riparo dal mosso accidentale, quelli più brevi a partire da 1/125 di secondo, è sempre consigliabile l’uso del cavalletto. Permette di comporre con più calma l’inquadratura e fornisce un’immagine veramente esente dal mosso accidentale.Ma dev’essere un cavalletto robusto, pesante almeno una volta e mezza la macchina fotografica con l’obiettivo. Più la massa su cui si appoggia la fotocamera è grande, più le vibrazioni accidentali sono assorbite e neutralizzate. Perciò chi vuole dedicarsi alla foto d’architettura deve sobbarcarsi il peso di un treppiedi di tre, quattro chili. Quelli che vanno di moda oggi, molto leggeri, servono solamente per sostenere compatte di poche centinaia di grammi. Assieme al cavalletto serve anche un altro piccolissimo accessorio: una livella a bolla d’aria. Si trova anche nei negozi di fotografia e costa pochi euro. Nella forma più semplice è un parallelepipedo di pochi centimetri di plastica trasparente, con all’interno il sistema a bolla d’aria. La livella va appoggiata sul lato superiore della fotocamera, o inserita, se il modello scelto possiede il relativo attacco, nella slitta porta accessori. Solamente con il suo aiuto si può avere la certezza di avere la base dell’inquadratura perfettamente orizzontale e di non correre il rischio delle linee cadenti.

L’inquadratura

Non è indifferente riprendere un’architettura inquadrandola in un modo piuttosto che in un altro. Per questo è importante girarci attorno prima di scattare la foto. Il cervello tende a organizzare secondo disposizioni geometriche semplici i vari punti dell’inquadratura. Sfruttando questo modo di vedere, proprio dell’uomo, il fotografo può, anzi deve, comporre l’immagine in maniera da facilitare e indirizzare la lettura da parte di chi guarderà la foto. Il principale modello di composizione è quello che ubbidisce alla cosiddetta regola dei terzi. Si immagini di dividere l’inquadratura con una griglia composta da due linee verticali e due orizzontali. Si individuano in questo modo tre spazi rettangolari verticali e tre orizzontali, oltre a nove quadrati, dati dalla intersezione delle linee verticali con quelle orizzontali. Secondo la posizione del soggetto principale, in uno o nell’altro dei rettangoli o quadrati, questo avrà maggiore o minore importanza. Utile per la foto d’architettura è anche la composizione sulla diagonale, che serve a esaltare la prospettiva. Si immagini di dividere il rettangolo dell’inquadratura con una diagonale, che parte da sinistra in alto e finisce a destra in basso, o viceversa. L’occhio di chi guarda tende a scivolare lungo la diagonale; sfruttando questo modo di vedere, il fotografo che pone lungo la diagonale il soggetto, gli darà maggiore risalto. Spesso anche il paesaggio nel quale sorge il soggetto è importante e significativo. Escluderlo dalla fotografia sarebbe un errore. Le atmosfere create dalle condizioni del tempo sono importanti. Una solare architettura mediterranea, fotografata in un’eccezionale giornata di pioggia e nebbia, non potrà mai dare il meglio di sè stessa. Al contrario, una cattedrale gotica del Nord, acquisterà fascino se ripresa con le sue guglie che si perdono nelle basse nubi. Un moderno palazzo di vetro e metallo, risalterà meglio se ripreso al mattino o al tramonto, quando si colora delle tinte del cielo. Altro consiglio è non rinunciare alla fotografia quando piove: spesso il gioco dei riflessi nelle pozzanghere, il brillare delle superfici lucide di pioggia, producono interessanti effetti. Tutti particolari a cui deve fare attenzione il fotografo. Possono fare la differenza tra una foto corretta e una foto bella.

Autore: ITespresso
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