Plio contro i brevetti software

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Il Progetto Linguistico Italiano OpenOffice esprime la sua forte preoccupazione in merito al dibattito europeo sui brevetti software

Un altro No ai brevetti software si aggiunge alla schiera open source: si tratta del Plio, e cioè il Progetto Linguistico Italiano OpenOffice.org. Anche il Plio vede con preoccupazione il fatto che nel prossimo mese di luglio potrebbe essere approvata la Direttiva Europea denominata CII (Computer-Implemented Inventions) nella sua versione “peggiore” ? approvata dalla Commissione Europea il 7 maggio 2004 ? in aperto contrasto con gli emendamenti approvati dal Parlamento in prima lettura. La direttiva CII, nella forma attuale, secondo il Plio, costituisce un rischio forte per l’industria europea del software, poiché sommandosi al copyright (diritto d’autore), strumento da sempre utilizzato per la tutela degli investimenti e della “proprietà intellettuale” di chi produce software, espone autori indipendenti, imprese e utenti al continuo rischio di cause per azioni legali. Infatti, mentre la tutela del copyright prevede il rispetto di quanto espresso nella licenza di un software, e quindi l’eventuale plagio o copia del software stesso si configura come un atto malevolo intenzionale, nel caso del mancato rispetto di uno o più brevetti la situazione è molto divers a: per l’assenza di strumenti di ricerca efficaci per “navigare” il registro dei brevetti, il rischio di confusione è molto più alto, tanto che negli Stati Uniti, dove purtroppo il brevetto ha una storia ultradecennale, si parla addirittura di “campo minato”. L’estensione della brevettabilità al software mira quindi a innalzare artificialmente le barriere di ingresso al settore ICT. In futuro, infatti, la scrittura del software non potrà più essere considerata solamente un’attività creativa, ma richiederà un lungo processo preventivo per verificare se le idee che si vogliono utilizzare per scrivere un programma (e potrebbero essere migliaia anche per il programma più semplice) violino o meno la “proprietà privata” di qualcun altro che quelle idee ha pensato ? e potuto, visti i costi ? brevettare. Idee che nella maggior parte dei casi sono assolutamente banali. Occorre ricordare che fino a oggi la protezione del software attraverso il copyright ha permesso di mantenere delle basse barriere all’ingresso, e ha consentito a PMI e a singoli di accedere al mercato senza necessariamente disporre di ingenti capitali. Con il tipo di brevettabilità proposta dalla commissione,lo sviluppo del software si trasformerebbe in un business per poch i, come testimoniano le tristi esperienze statunitensi, su cui la stessa Federal Trade Commission ha espresso dubbi e perplessità. I brevetti software, quindi, sono un danno per chiunque, perché riducono ? o nei casi peggiori annullano ? la possibilità di mettere sul mercato prodotti dotati di funzionalità già coperte dai brevetti stessi. Inoltre, se consideriamo la quantità di brevetti esistenti (più di 30.000 registrati solo in Europa, in barba alla legge), la loro genericità e la mancanza di strumenti efficaci per appurarne l’esistenza, la direttiva obbligherà a eliminare delle funzionalità da prodotti già in commercio: PostgreSql, il famoso DMS Open Source, dovrà adottare un sistema di caching meno performante in tutte le nuove versioni, per evitare il rischio di infrangere un brevetto attualmente “pending” (ovvero, ancora in attesa di registrazione da parte dell’ufficio brevetti statunitense); Microsoft dovrà eliminare dai sistemi operativi una nuova funzionalità di comunicazione che rende più veloci le comunicazioni via rete; l’adozione della quanto mai necessaria nuova versione del protocollo Internet IPv6 potrebbe essere rallentata dalla scoperta di un brevetto di Microsoft che riguarda una parte importante del protocollo stesso. Anche il multimediale e la telefonia Internet (VoIP) sono dei veri e propri campi minati dal punto di vista brevettuale (e si tratta di brevetti sempre molto astratti e dalle rivendicazioni sproporzionatamente ampie, poiché sono stati depositati con il preciso scopo non già di difendere l’innovazione ma di intralciarla, intercettando ricchezza). Per concludere, il brevetto esteso ai formati, come nel caso dell’XML Microsoft, creerebbe una discriminazione tale per cui l’utente che deve accedere alle proprie informazioni ? contenute in un formato proprietario ? potrebbe vedersi costretto a pagare una royalty anche se volesse usare programmi alternativi. E questo, per la pubblica amministrazione, costituirebbe un fardello spropositato per la gestione di informazioni che, nella realtà, sono di proprietà dei cittadini stessi. Ecco alcuni link di approfondimento: http://wiki.ffii.org/SwpatcninoEn ; www.nosoftwarepatents.com/it/m/intro/index.html ; www.ffii.org/index.it.html ; www.sl-lab.it/twiki/pub/Main/DirettivaBrevetti/Fumagalli.pdf .

Autore: ITespresso
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