Prey

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Ecco il primo sparatutto che tra i "requisiti" potrebbe elencare anche… la
xamamina

trasferiti a bordo di un’immensa astronave extraterrestre. Il nonno fa subito una brutta fine ma, se non altro, si mette nella ?posizione ultraterrena? di poter aiutare il nipote insegnandogli a sfruttare i propri poteri sovrannaturali. Tommy, l’indiano, diviene così capace di abbandonare il proprio corpo e di attraversare barriere e ostacoli altrimenti insormontabili: una trovata che permette ai programmatori di farcire il gioco di enigmi risolvibili solo ricorrendo alle ?esperienze extracorporee? del protagonista. Il vero colpo di genio degli sviluppatori consiste nella ?gravità variabile?, un inedito assoluto nel settore degli sparatutto tridimensionali. In molti ambienti della base aliena è infatti possibile variare la forza di gravità agendo su determinati pulsanti che possono essere attivati a distanza, con un colpo d’arma. Così facendo ci si può quindi ritrovare a camminare su quello che pochi istanti prima era un soffitto, a ?precipitare verso il pavimento? o a scivolare pericolosamente lungo una parete. Questo effetto, alquanto disorientante, genera conseguenze di ogni genere, che sono state amalgamate e combinate con stile, per dare vita a veri e propri puzzle: chi soffre di mal di mare e coloro che non amano ragionare almeno per qualche secondo tra una carneficina e l’altra sono avvertiti. Tra le curiosità stravaganti vanno annoverati anche alcuni portali che permettono il teletrasporto istantaneo da un luogo all’altro e che sono stati piazzati nei posti più impensati: anche in questo caso l’?effetto spaesamento? è garantito. A parte queste simpatiche trovate, Prey rimane un gioco lineare: non solo la trama si sviluppa lungo una sorta di ?tunnel? senza alcun genere di deviazione, ma anche l’intelligenza artificiale dei nemici è elementare ed è improbabile che uno scontro a fuoco riesca a costituire una vera e propria sfida. L’unica cosa che può ostacolare il rapido avanzamento è costituito proprio dagli enigmi legati alla peculiare fisica del gioco, che non sono sempre di immediata risoluzione. L’aspetto grafico è invece splendido. L’intero design del gioco ruota intorno alle forme organiche che caratterizzano pressoché tutti gli interni della base aliena perché i programmatori sono riusciti a restituire appieno il ?senso di repulsione? che ci si aspetterebbe da viscere in bella mostra, sfinteri pulsanti e tubi digerenti ricoperti di muco. Anche le armi a disposizione di Tommy, tutte di fattura extraterrestre, sono sostanzialmente elementi biologici (o parti di essi..): nell’arsenale del pellerossa spicca soprattutto il ?Leech Gun?, un fucile che si carica assorbendo le proprie munizioni da appositi dispenser disseminati nei vari ambienti. A secondo del tipo di munizioni assorbite, il Leech Gun emette vapori congelanti, plasma incendiario, scariche elettriche e un devastante artifizio esplosivo ?finale?. Divertente, bello e (almeno parzialmente) innovativo, Prey si rivela una boccata d’aria fresca nello stantio panorama degli sparatutto tridimensionali.

Autore: ITespresso
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