Primo round – L’agenda di Lisbona chiama l’Italia: ma l’Italia è pronta?

Aziende

Si apre con questo interrogativo la Tavola Rotonda Virtuale "Perché si deve
condividere la Conoscenza"
organizzata
da Vnunet.

Ospiti: Fiorello Cortiana, senatore e ideatore dell’iniziativa;Marco Comastri, amministratore delegato di Microsoft; Pierfilippo Roggero, amministratore delegato di Fujitsu Siemens Computers; Arturo Di Corinto, giornalista e docente universitatio della Sapienza di Roma; Giovanna Sissa, Responsabile osservatorio tecnologico Ministero della Pubblica Istruzione e presidente di Isdr

VNUnet: I paesi europei hanno ingranato la marcia verso la Società della Conoscenza che li porterà ad attuare l’agenda di Lisbona entro il 2010: l’Italia è ancora fanalino di coda? Si mostra impreparata sotto il profilo politico e culturale?

Fiorello Cortiana: Le polemiche relative alla vicenda Telecom e anche le attuali incertezze a riguardo mettono in luce un ritardo dovuto, innanzitutto, all’incomprensione della “rivoluzione digitale”. Se proprio le scelte legate alla legittima “profittabilità” dell’incumbent nazionale generano un “digital divide” tra chi ha accesso e chi no alla banda larga, per l’incomprensione politica dobbiamo parlare di “cultural divide“. Nel migliore dei casi le culture politiche del nostro paese guardano alla conoscenza nell’era digitale come una questione settoriale e tecnologica.

Marco Comastri: L’Italia è un paese molto attento e dinamico e credo che presto troverà uno sbocco soddisfacente al bisogno di innovazione che si manifesta in maniera chiara e da più parti. Al momento il nostro paese risulta al 48.mo posto su 122 paesi censiti in termini di utilizzo di Internet nelle scuole e 22.mo nell’utilizzo generale di Internet. Circa il 54% della popolazione non ha mai usato un personal computer e gli investimenti delle piccole aziende in informatica sono poco più della metà della media europea. Per portarci vicini agli obiettivi dell’agenda di Lisbona per il 2010 dobbiamo focalizzarci innanzitutto sulle parti più fragili del nostro sistema in materia di innovazione. Penso in primo luogo al sistema scolastico e nello specifico alle competenze informatiche fra gli insegnanti (di tutte le discipline)che sono ancora piuttosto deboli, ma anche allo scarso utilizzo di strumenti informatici, ad esempio delle tecnologie multimediali, delle tecniche di ricerca, come utile supporto all’insegnamento anche di discipline non tecniche. Inoltre il collegamento delle scuole e delle università al mondo industriale, soprattutto a quello più avanzato, necessita ancora di miglioramenti importanti. Io vedo un ruolo attivo del mondo delle università nellacreazione di centri di eccellenza e nella nascita di aziende nuove, dinamiche, che possano portare idee fresche sul mercato e dare una spinta alla tensione innovativa nell’industria. Ma il lavoro verso Lisbona deve anche includere un importante impegno per portare la cultura dell’innovazione presso gli imprenditori. È infatti ancora piuttosto debolel’impatto dell’informatica presso le aziende più piccole in Italia e abbiamo veramente bisogno di una spinta nuova verso gli obiettivi di integrazione in rete, internazionalizzazione e partecipazione all’economia globale, che richiede capacità di collaborare in progetti condivisi con i partner industriali e di partecipare alle supply chain, con grande utilizzo dei sistemi e delle reti informatiche.

Pierfilippo Roggero: L’agenda di Lisbona ha fissato un obiettivo alto e importante: sostenere l’occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto di un’economia basata sulla conoscenza. Una sfida complessa, che vede l’Unione Europea impegnata a concordare e sviluppare un programma atto a creare un’infrastruttura della conoscenza, tramite l’innovazione e la modernizzazione del sistema. Questo significa migliorare le politiche in materia di società dell’informazione, dare un forte impulso alla ricerca e sviluppo, accelerare il processo di riforma per la competitività, mig liorare il modello sociale. Un progetto ambizioso quello dell’Unione Europea, che però ha ancora molta strada da fare. Nel 2004 il World Economic Forum ha stilato un rapporto dal titolo ?The Lisbon Review 2004? che prende in esame le prestazioni dell’allora Europa dei 15 Gli indici presi in considerazione sono la competitività, la libertà economica, l’innovazione, la globalizzazione e i dati emersi confermano un dato già noto: al vertice della classifica si attesta la Finlandia, che è prima nella diffusione dell’IT, nell’innovazione, nella ricerca e sviluppo, nella liberalizzazione del mercato, nella promozione dello sviluppo sostenibile. Seguono Danimarca, Svezia, Regno Unito, Olanda, Germania, Lussemburgo, Francia, Austria, Belgio, Irlanda, Spagna e solo tredicesima troviamo l’Italia, seguita da Portogallo e Grecia. L’Italia si conferma quindi fanalino di coda rispetto ai parametri fissati dall’agenda di Lisbona, in ritardo dal punto di vista socio-culturale nella marcia verso la società della conoscenza, per la cui costruzione serve far leva innanzitutto sull’Information Technology quale strumento base per l’innovazione. Occorre però ricordare che, per innovare, non è sufficiente adottare nuove tecnologie, che pure sono necessarie, ma è fondamentale una metodologia, una cultura dell’innovazione. Il nostro Paese deve quindi innanzitutto cambiare approccio, e fare della condivisone e dell’accessibilità un nodo centrale.

Arturo Di Corinto: Non direi che l’Italia è il fanalino di coda, ma a dire il vero non abbiamo delle misure realistiche ed esaustive dello stato di avanzamento dell’agenda di Lisbona in Italia. Tuttavia qualcosa di importante è stato fatto. Penso al Codice per l’amministrazione digitale voluto da Lucio Stanca, penso all’osservatorio Open Source del Cnipa, uno dei risultati del lavoro della commissione Meo, pure voluta da Lucio Stanca e le cui finalità sono state ribadite dall’attuale governo, penso alla diffusione dei pc e alla penetrazione della banda larga sul territorio italico dove un’oculata miscela di tecnologie e servizi, anche semplici, con banda disponibile ridotta, sta facendo crescere il mercato delle ICT in Italia dentro le piccole imprese. Di positivo c’è che in Italia, in ambienti universitari, tecnici e imprenditoriali si parla molto di software libero e delle grandi possibilità d’innovazione, produttività e competitività che esso può dare al sistema paese. Le regioni stanno addirittura facendo delle leggi ad hoc per favorirne la diffusione. Oppure potremmo considerare il fatto che il Belpaese sta nel gruppo dei 15 stati europei che hanno firmato un memorandum of understanding che porterà allo sviluppo di infrastrutture di supercomputing condivise utilizzabili da centri di ingegneria e ricerca dei singoli paesi. Poi ci sono casi d’eccellenza come il portale della regione Sardegna. Con “solo” un milione di euro, usando tecnologie open source e contenuti creative commons, la Sardegna si pone all’avanguardia fra le regioni che rendono accessibili per scopi di studio, ricerca e impresa, l’immenso patrimonio culturale dell’isola. E offre sulla stessa piattaforma CMS, che i piccoli comuni possono riusare, circa 27 mila progetti della PA che finalmente i cittadini possono conoscere e monitorare nel loro iter di sviluppo, eventualmente chiedendo alla politica il conto di quello che non è stato ancora fatto. Con tanto di bandi e avvisi pubblicati in tempo reale per ridurre drasticamente l’ingiusto vantaggio di chi prima accedeva in via privilegiata e immediata alle stesse informazioni. Certo ci sono anche delle cose Italia.it… Insomma molte cose sono avviate,il punto dolente è il gap culturale e tecnologico della popolazione, lo shortage di language e computing skills, la banda larga che non arriva in gran parte del territorio e la mancata consapevolezza della classe politica della sfida che abbiamo di fronte.

Giovanna Sissa: Sotto il profilo culturale l’impreparazione consiste nel considerare l’ICT un fatto puramente tecnologico e non strategico. Esempio: se le scuole non dispongono di dotazione adeguata Ict, non possono pensare di formare i cittadini del futuro. Per adeguata, intendo non avere molti Pc, ma disporre di una vera banda larga; rete sicura per i m inori; soprattutto organizzazione e competenze professionaliadeguate per fornire veri servizi su Internet. Sul piano politico, la Rete è vista ancora solo come una vetrina, e non come un luogo strategico di incontro e confronto. Sul piano di governo della cosa pubblica, c’è ancora una visione dell’Ict da sistemi informativi anni ’80. Internet come elemento strategico è assente. Basta guardare le denominazioni delle direzioni dei ministeri o altre Pa per capirlo.

(Mirella Castigli ed Emanuela Teruzzi)

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