Primo round: Quali propositi e impegni sono emersi dal tavolo dei lavori dello Iulm?

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Debutta con questa domanda la nuova Tavola Rotonda Virtuale "Un libro bianco
per parlare di Rete e Società della conoscenza" organizzata da Vnunet

Attorno al tavolo, il senatore Fiorello Cortiana, Franco Roman(Direttore Marketing e Partner Sales) di Sun Microsystems Italia e Marco Piattelli (Business Development Enterprise Director Europe) di AMD, per analizzare i frutti del convegno Condividi la conoscenza.

Vnunet: L’iniziativa Condividi la conoscenza ruota su un tema così strategico per lo sviluppo del Paese. Quali i propositi e gli impegni emersi dal tavolo dei lavori dello Iulm?

Fiorello Cortiana: La domanda più forte, direi preliminare, evidenziata anche dall’intensità della partecipazione da parte dei relatori ed esemplificata dall’iniziativa stessa, risiede nel modello multistakeholders di una costante partecipazione informata per la definizione delle politiche pubbliche e di luoghi deputati a produrla. Il secondo elemento significativo che è emerso come piacevole constatazione da parte dei relatori e dei partecipanti è l’utilità/necessità del dialogo tra differenti discipline al fine di condividere una utile epistemologia per la società della conoscenza. Nel giro di poche settimane saremo in grado di elaborare in modo più dettagliato il libro bianco con i nodi problematici e le proposte fuoriuscite dall’incontro del 22 allo IULM e dai contributi che continuano a pervenire sul sito. Marco Piattelli: L’iniziativa ospitata dallo Iulm ha avuto anzitutto il merito di mettere allo stesso tavolo tutti gli attori della catena della conoscenza, da chi come noi crea le tecnologie ? e dunque le basi ? per la condivisione del pensiero a chi applica tutti i giorni questa metodologia nelle professioni e nei campi più disparati, dall’accademia alla medicina. Questo confronto tra attori così diversi eppure così vicini ha fatto emergere una forte convergenza sull’importanza delle basi tecnologiche per la condivisione del sapere. E queste basi poggiano su un principio di fondo: non ci si può precludere la capacità di innovazione per colpa di un mercato ?chiuso?, nelle mani di pochi, di chi può rallentare il corso delle idee. L’altra caratteristica fondamentale dei lavori dello Iulm è la capacità di formulare proposte per le istituzioni. Ci auguriamo con forza che la sintesi del dibattito, una volta portata all’attenzione del governo, del Parlamento e dei soggetti istituzionali interessati ai percorsi dell’innovazione, inneschi un nuovo grande dibattito su cosa dovrà fare in concreto l’Italia per fare suo l’obiettivo del consiglio europeo di Lisbona, ovvero diventare un’economia competitiva basata sulla conoscenza.

Franco Roman: Secondo noi è difficile immaginare un contesto di diffusione della conoscenza senza pensare al concetto open. Quindi ben vengano i dibattiti di approfondimento come la giornata dello Iulm. Dietro il concetto di open però, si rischia sempre di generalizzare senza entrare nel nocciolo della situazione, quindi risulta difficile definire dei piani operativi di attività. Quello che secondo me è importante è continuare e insistere affinché si arrivino a definire piani operativi. In particolare, sul tema dell’open si mischiano in modo indifferenziato sia il tema dell’open standard, sia dell’open source e infine dell’open format, così facendo si blocca ogni possibilità di intervento. L’open source deve diventare più pragmatico, per esempio, si deve identificare che quando si parla di open source si parla di un modello di produzione del software, quindi di modelli di business che siano sostenibili. È importante che in questi dibattiti si vadano a discutere di modelli di business sostenibili. Per il sistema Italia può essere una opportunità di rilancio della nostra industria del software. Nel momento in cui c’è disponibilità di codice su cui costruire cose nuove, questa dell’open source è una manna dal cielo. Quello che interessa al consumatore è il concetto di open standard. Internet è il primo esempio di open standard. Anche Java, il linguaggio per la rete, definito come standard aperto si è diffuso proprio perché era uno standard ed era aperto e chiunque poteva farci le implementazioni che voleva.

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