ANALISI

Il boom del Mobile

Spero che sia un’asta con risorse per lo Stato, le più alte possibili“. Per la gara per le frequenze wireless da destinare alla telefonia mobile, il ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, non azzarda cifre ma guarda alla Germania che ha incassato un introito superiore ai 4 miliardi di euro. L’Unione europea (Ue) preme per consegnare al Wi-Fi le frequenze Tv liberate dallo switch-off (il passaggio dall’analogico al Digitale terrestre). Il wireless fa bene anche ai bilanci degli Stati, insomma.

Nel fisso va ancora peggio. Stefano Quintarelli, di NNSquad Italia, al convegno “Internet chiama Italia“, organizzato dall’Aiip, ha detto che in Italia si guarda il fututo dentro lo specchietto retrovisore: si parla di salari e pensioni, temi declinati al passato, invece di conquistare nuovi mercati con le nuove autostrade superveloci dell’informazione. “Ecco il punto. L’Australia, al contrario, investe cifre esorbitanti in fibra ottica. Pensiamo solo a questo dato: in Italia 6 milioni e mezzo di persone ogni giorno lavorano usando 4 ore internet; quanto si guadagnerebbe in termini di tempo con una rete a banda larga?”. L’interrogativo di Stefano Quintarelli ben sintetizza il rischio di arretramento dell’Italia, cronico “fanalino di coda” (o quasi) nelle classifiche internazionali sullo stato del Digital e Bandwith Divide.

L’Italia non si sta attrezzando in tempo per passare all’era del cloud, dei device leggeri con i dati “fra le nuvole” e del Mobile worker (il lavoratore mobile dotato solo di smartphone o tablet). Paolo Nuti, presidente di Aiip, ha aperto i lavori della tavola rotonda, tenutasi a Roma il 26 ottobre, raccontando lo scarso appeal del tema delle reti nelle agende elettorali italiane. “Quindici giorni fa mi trovavo a una cena con diversi player del mercato e politici. Da Raffaele Barberio è partita la domanda a un nostro parlamentare: come mai non c’è nessun riscontro nei programmi politici  del tema del digitale? Ebbene ho trovato la sua risposta drammatica, ci ha spiegato infatti che l’argomento non porta voti”.

Ma Nuti incalza: “Il ritardo di Internet in Italia sconta certamente quello della bassa alfabetizzazione informatica di famiglie ed aziende, ma i ritardi negli investimenti per lo sviluppo delle nuove reti di accesso a banda ultra larga rischiano di far arretrare ulteriormente il nostro Paese”.

Ogni euro investito in progetti di banda larga, genera 4 euro di Pil (fonte: Ocse). Ma il ministro Brunetta fa orecchie da mercante. “Di fronte ad un dato del genere, gli interessi di sistema dovrebbero prevalere su quelli di parte”. Nuti ha anche annunciato che tredici operatori di medie dimensioni – per la maggior parte associati ad AIIP – si sono raccolti in “Fibra Ottica S.p.A.”, una Joint Venture per partecipare agli investimenti nazionali in infrastrutture per le reti di accesso di nuova generazione (Ngn). Fibra Ottica S.p.A. è un’iniziativa imprenditoriale aperta ad altri operatori di accesso che ne condividano le finalità. Il governo ha prima congelato e poi decimato i fondi per la banda larga: da 800 a 100 milioni. Il ministro dell’Innovazione e Pa Renato Brunetta ha lasciato basiti i media hi-tech dicendo che la banda ultralarga non serve: senza aprire uno squarcio sul futuro della telemedicina e delle Internet Tv, il ministro Brunetta ci ha edotto sul fatto che in fondo “è inutile pensare agli 800 milioni che mancano per la banda larga in Italia quando il suo livello attuale di utilizzo è inferiore al 50%”. Allora leggiamo i dati della banda larga nel mondo (Fonte: Akamai, secondo trimestre).

Banda ultralarga: chi paga?

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Autore: ITespresso
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