Programmi in libertà

Workspace

Abbiamo raccolto il meglio del mondo opensource per Windows, che comprende ogni genere di applicazioni per singoli utenti e aziende. È l’occasione per fare il punto su una filosofia di sviluppo del software che conquista sempre più appassionati

Che mondo sarebbe se la ricetta della torta alle mele fosse segreta e Nonna Papera rivendesse dolci prelibati a caro prezzo in tutto il globo? Vengono i brividi solo a pensarci. Se al posto della torta mettiamo un software, la cui ricetta altro non è che il codice sorgente, non cambia poi molto. Eppure, detta così, la questione non sembra altrettanto grave: ma perchè? Qual è la differenza, sempre che esista, per la quale la legge obbliga per esempio le industrie alimentari a indicare gli ingredienti dei loro prodotti, mentre consente che si produca software di cui si può non sapere nemmeno esattamente cosa fa, perchè i sorgenti non sono di pubblico dominio? Domande che purtroppo pochi si pongono. ?Basta che funzioni?, è la risposta. ?Tanto non saprei che farci, con i sorgenti?, è la scusante. Il problema è che per comunicare bisogna avere un linguaggio comune, da utilizzare per la condivisione e lo scambio di informazioni. Quindi le regole devono essere pubbliche e accessibili a chiunque, pena l’esclusione dal dialogo. Possono anche coesistere più linguaggi in una stessa comunità: per consentire uno scambio occorre qualcuno che li conosca entrambi, e faccia da interprete. Nel mondo dei Pc la regola è identica: le comunità si chiamano Reti, e i linguaggi di comunicazione protocolli, ma i concetti sono gli stessi. E nella Rete più grande, Internet, tutti i Pc parlano lo stesso linguaggio, direttamente o attraverso ?interpreti?. E non potrebbe essere altrimenti. Nonostante questo, buona parte dei sistemi, soprattutto a livello domestico, sono proprietari e parlano una lingua che pochissimi possono comprendere.

La nascita dell’idea opensource Agli albori dell’informatica, i sistemi di calcolo erano macchine tutte diverse tra loro e fatte funzionare con software scritti su misura. In questo contesto la necessità di nascondere i codici sorgenti non esisteva, in quanto un codice non poteva essere eseguito se non sull’hardware per cui era stato creato. In quel periodo tutti i software per far funzionare i vari sistemi venivano rilasciati con tanto di codice sorgente. Ol tretutto buona parte di questo commercio avveniva con le università, nelle quali i software venivano studiati, analizzati, migliorati ed adattati per soddisfare le esigenze che man mano nascevano. Quando una stampante per la prima volta fu fornita di driver solo in forma compilata, le cose stavano appena iniziando a cambiare, ma già a qualcuno non andava bene. Richard Stallman rifiutò la novità e fondò in seguito la Free Software Foundation (FSF, www.fsf.org ), un’organizzazione senza fini di lucro con obiettivo lo sviluppo di software libero. Nacquero quindi il progetto Gnu (che sta per Gnu’s Not Unix, www.gnu.org ) e la licenza Gpl (General Public Licence) per proteggere i software sviluppati, con l’obiettivo di creare un sistema operativo totalmente libero e destinato a tutta la collettività. Mentre il progetto Gnu andava avanti, altri sviluppatori perseguivano gli stes si obiettivi, dando ognuno il suo contributo. Fu così che Linux, il progetto di un kernel di sistema operativo opensource progettato da Linus Torvalds, incontrò le necessità di Gnu, e mettendo letteralmente insieme i pezzi sviluppati da programmatori differenti da tutte le parti del mondo venne alla luce il sistema operativo Gnu/Linux, gratuito, con codice liberamente distribuito e riutilizzabile e in continua evoluzione grazie al contributo di migliaia di programmatori sparsi in tutto il mondo. Detto questo, sembrerebbe che Windows e tutto quello che riguarda Microsoft in questo discorso abbiano ben poco a che fare, se non come esempio di una situazione che rappresenta tutto l’opposto di un mondo dominato da aggressive regole di mercato. Tuttavia, quello dell’opensource è un modo di vedere e intendere le cose talmente contagioso da non conoscere ostacoli. Numerosi programmatori che lavorano sul sistema operativo di Microsoft, infatti, contribuiscono allo sviluppo dell’opensource e hanno portato alla nascita di innumerevoli applicazioni libere anche per Windows. Il risultato è che chiunque lo desideri ha oggi a disposizione valide alternative opensource ai programmi commerciali per Windows: basta pensare a Mozilla e Firefox contro Internet Explorer, o OpenOffice.org contro Microsoft Office per avere un’idea ben chiara dell’argomento. E questi solo per citare i colossi: esistono migliaia di software alternativi con licenza Gpl, prodotti da software house o molto più spesso da singoli programmatori che danno il loro contributo alla comunità sviluppando nel tempo libero software opensource.

Si vive di solo opensource? Parlando di opensource, l’idea collettiva è di un software gratuito, che non paga il programmatore del suo lavoro. E questo è essenzialmente uno dei punti chiave su cui si basa la campagna anti- opensource. La questione è nata dal duplice significato della parola ?free? che nella lingua inglese indica sia ?libero? che ?gratis?. Facendo di tutta l’erba un fascio, è facile dire che il free software è libero e gratis. Ma questo non corrisponde alla verità. Un software opensource, anche rilasciato sotto licenza Gnu Gpl, non deve essere necessariamente gratuito. L’unica caratteristica dell’opensource è che di un software vengano rilasciati i sorgenti senza alcun costo aggiuntivo, se non eventualmente il rimborso per le spese di consegna. Un software opensource può essere a pagamento, come può essere a pagamento l’assistenza fornita dagli sviluppatori agli utenti, o la personalizzazione di un software per soddisfare particolari necessità dei clienti.

Opensource sì, opensource no Il software opensource è nella quasi totalità dei casi più economico rispetto a soluzioni proprietarie. È un luogo comune universalmente valido ritenere che un prodotto a basso costo o addirittura gratuito sia più scadente rispetto ad un equivalente più caro. La logica non fa una piega: se costa di più per forza è migliore, più buono, o sgrassa meglio. Tuttavia, questa valutazione si basa sull’assunto che chi vende sia onesto. Il software opensource per la casa o l’ufficio è attualmente meno diffuso perchè è meno familiare e meno pubblicizzato. Questo fa sì che l’opensource parta svantaggiato, con una conseguente riluttanza da parte degli utenti a cambiare il programma che usano da anni e una difficile predisposizione a iniziare a lavorare partendo subito da soluzioni opensource. Inoltre, al momento dell’acquisto il negoziante o fornitore, nella maggior parte dei casi, proporrà la soluzione per lui più remunerativa. L’opensource ha infatti costi di vendita più bassi, con conseguente minor guadagno. Spesso il venditore si sente anche minacciato dal rischio di fornire un prodotto che non abbia un nome conosciuto: i problemi causati da prodotti famosi sono accettati più di buon grado rispetto a quelli generati da prodotti sconosciuti. Ci sono poi da sfatare alcune dicerie. Per esempio c’è chi pensa che siccome l’opensource obbliga a rilasciare il codice sorgente, anche i dati trattati devono essere a disposizione dell’intera comunità. Questo non è assolutamente vero: i dati trattati rimangono di esclusiva proprietà del titolare anche per applicazioni con licenza Gpl. Sbaglia anche chi sostiene che il software opensource non è adatto alle aziende in quanto non garantisce la sicurezza e il supporto necessari. Il fatto che spesso manchi una entità commerciale in piena regola alle spalle di un programma opensource, fa pensare che non ci siano persone in grado di soddisfare le esigenze degli utenti; anche se è noto quale sia l’assistenza data da certe case ?serie? per i loro prodotti, o quanto sia difficile ottenere un rimborso per i danni causati dal malfunzionamento di un software. Infine, chi sostiene che il software opensource è pericoloso perchè potenziale portatore di virus, cavalli di troia, spyware e simili, deve considerare che un pericolo del genere su un software opensource può essere scoperto molto facilmente, mentre in un software chiuso la presenza di codice maligno può rimanere nascosta per molto tempo, ed è successo più volte, anche di recente, che software prodotti da importanti case contenessero strumenti per analizzare le abitudini degli utenti, inviando i dati al produttore, in piena violazione della privacy. Insomma, il software opensource merita una possibilità, in quanto è una valida alternativa a tutti i livelli, dal domestico al professionale. In ogni caso l’investimento da fare per provare è estremamente contenuto, e spesso si riduce al solo tempo passato dietro al nuovo programma. Nel caso si rimanga soddisfatti il passaggio non sarà così traumatico come tutti si aspettano, e i vantaggi si noteranno immediatamente, primo fra tutti il notevole risparmio. Una lunga lista (seppur molto breve rispetto alla totalità dei software disponibili) di software opensource per Windows può essere trovata sul sito dedicato al progetto OSSwin (Opensource for Windows) all’indirizzo http://osswin.sourceforge.net . In linea più generale software opensource per ogni sistema operativo può essere trovato su Sourceforge ( www.sourceforge . net) e Freshmeat ( www.freshmeat . net).

Autore: ITespresso
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