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Non sempre le cose sono come sembrano nel dorato mondo dei videogiochi

Quando giocherete a Super Monkey Ball per il GameCube scoprirete che su ognuna delle numerosissime banane nel gioco cè un marchietto della Dole Food Company, un importatore giapponese di frutta esotica. Molti altri sono gli esempi. In Crazy Taxi le destinazioni dei vostri passeggeri sono il Rock Café e McDonalds. In Die Hard Nakatomi Plaza appaiono accendini Zippo e cellulari Motorola. Niente di nuovo, sono anni che ci divertiamo a notare nei film o in TV apparizioni più o meno cammuffate di celebri marchi commerciali. Nei videogiochi addirittura la moda è cominciata nei primi anni 80 con giochi come Super HangOn e OutRun, che mostravano cartelloni pubblicitari. Ciò che è cambiata è la politica delle software house. Un tempo il marchio che voleva apparire in un gioco doveva pagare la software house. Adesso è il contrario. Cosa sarebbe una città simulata senza manifesti realistici, o un gioco di corse senza marchi come Porsche e Ferrari? Bene, se una software house vuole utilizzare un marchio per dare prestigio e realismo al suo gioco può chiedere gentilmente il permesso, e non sempre lo riceve senza nulla in cambio. A volte i marchi vogliono essere pagati, soprattutto quando il gioco è di natura violenta o commercialmente pericolosa Il serial killer porta scarpe Nike? Ma stiamo scherzando!?! Quanto ci pagate per usare il nostro marchio? Ma la cosa peggiore che può capitare ad una software house impegnata nello sviluppo di un titolo è che le aziende i cui marchi sono inclusi nel gioco si mettano a spulciarne trama, sviluppi e concetti per adeguarlo alle proprie esigenze di marketing.

Autore: ITespresso
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