Rfid traguardo ancora lontano

Management

Radio Frequency Identification, o più semplicemente Rfid, è una tecnologia che promette grandi cose, ma che deve superare ancora parecchi ostacoli per entrare a pieno titolo nel mondo della GDO

Immaginate un supermarket senza code, in cui è possibile concludere la propria spesa semplicemente spingendo il carrello attraverso un’area di checkout, fermandosi solo al segnale che indica che è il momento del pagamento. Non c’è bisogno di scaricare la merce su di un nastro trasportatore e nessuno alla cassa dovrà esaminare il codice a barre di ciascun prodotto prima che l’acquirente lo riprenda per metterlo in borsa. E non ci saranno nemmeno perdite di tempo nell’attesa che altri clienti siano sottoposti alle stesse procedure. In pochi anni questa situazione potrebbe diventare realtà, grazie alla tecnologia conosciuta come Rfid (Radio Frequency Identification). Nella versione più semplice, un sistema Rfid è costituito da una stazione di lettura/scrittura, che si serve di un trasmettitore/ricevitore dotato di antenna e di un Tag Rf, microchip che dispone di microantenna con memoria accessibile a distanza in Radio Frequenza. Se il trasmettitore emette un segnale radio su una specifica frequenza, l’informazione è identificata dal Tag Rf che risponde con un altro segnale riconosciuto dal ricevitore. Il segnale emanato dal trasmettitore è usato per interrogare il Tag o per scrivere a distanza i dati da memorizzare su di esso, mentre il segnale di risposta contiene i dati presenti sul Tag Rf. “Le tecnologie Rfid – precisa Massimo Bonacci, Partner Deloitte Consulting, Supply chain Management Leader, Food & Beverage Sector Leader – comprendono sia i ‘tag attivi’, che dispongono di batteria di alimentazione e possono trasmettere segnali anche a distanze di centinaia di metri, sia i ‘tag passivi’, privi di alimentazione autonoma, che derivano l’energia necessaria da campi elettromagnetici generati da dispositivi (le antenne) e possono inviare segnali a distanze più limitate (da pochi centimetri a 2 – 2,5 metri)”. Al momento, per la società di ricerca tedesca Soreon Research, in Europa sono Germania, Francia e Gran Bretagna a guidare l’adozione della tecnologia Rfid, il cui mercato europeo, dall’attuale valore di circa 400 milioni di euro, toccherà i 2,5 miliardi nel 2008. Sono i grandi retailer come Tesco in Gran Bretagna e Metro in Germania a fare da traino. A livello di applicazioni Rfid vendute, la parte del leone spetta ai trasmettitori/ricevitori, che rappresentano l’80% del volume del mercato totale e le cui vendite cresceranno se saranno maggiormente usate in ambito supply chain. Ma dal 2006, prevede Soreon, sempre più punti vendita e singoli prodotti saranno coperti dalla tecnologia, e se le vendite retail in Europa registrano un giro d’affari di oltre 260 milioni di prodotti, per il 2008 almeno il 5% di essi avrà un Tag Rf in aggiunta o in sostituzione del codice a barre. “Le opportunità del mercato Rfid in Europa sono notevoli, ma ci sono anche rischi che potrebbero dissuadere dall’uso della tecnologia”, ammonisce Steffen Binder, Direttore di Soreon Research. Le linee guida troppo rigorose e l’assenza di standard a livello mondiale sono i principali ostacoli che possono mettere a rischio lo sviluppo dei mercati Rfid europei”. Pertanto Soreon raccomanda alle aziende di concentrarsi sulle nuove tecnologie Uhf e di adottare sistemi conformi alle raccomandazioni di Epc Global, l’organizzazione nata con l’obiettivo di definire lo sviluppo di standard di mercato per le tecnologie Rfid ed Electronic Product Code (Epc). “Per i tag passivi, afferma Bonacci di Deloitte Consulting, l’attuale diffusione della tecnologia Rfid è limitata da due fattori: il costo unitario dei tag, troppo elevato per pensare a un uso di massa, e l’insufficiente consolidamento degli standard tecnologici, che non danno, a quanti ne stanno valutando l’impiego, la sufficiente certezza di poter preservare i propri investimenti”. Secondo Bonacci il futuro sarà articolato in un periodo di attesa del consolidamento degli standard (orizzonte 6 – 8 mesi), in cui aumenteranno le iniziative di sviluppo di studi di fattibilità e di progetti pilota; un periodo di uso degli standard consolidati (orizzonte 1-3 anni) in cui crescerà il numero delle iniziative di uso della tecnologia Rfid; un periodo di uso estensivo (dopo il 2008) in cui, risolti i problemi legati al costo unitario del tag, l’uso della tecnologia aumenterà. “L’adozione delle tecnologie Rfid non può essere un’iniziativa isolata, perché i vantaggi di ottimizzazione dei flussi e riduzione dei costi di transazione si possono ottenere solo grazie a una elevata pervasività dell’applicazione, spiega Luigi Battezzati, Docente del Politecnico di Milano e tra i promotori dell’Osservatorio sulle applicazioni del Rfid in Italia. Per questa ragione la semplice e individuale implementazione dell’Rfid difficilmente può diventare un vantaggio competitivo per una sola azienda, ma invece permette a tutti gli attori della supply chain di diventare più efficienti ed efficaci. Assisteremo a uno sviluppo prioritario in tutti i settori in cui si verificheranno le condizioni che garantiscono la pervasività dell’applicazione, determinate da fattori quali vincoli di normativa pubblica (per esempio tracciabilità, sicurezza); controllo completo della supply chain (retailer integrati come Marks&Spencer, Benetton); leadership della supply chain che permette il coordinamento di tutti i fornitori, come Wal Mart, Metro, Dipartimento della Difesa Usa …”

“La tecnologia Rfid sta catalizzando l’attenzione della GDO, promettendo di avere significativi impatti sul fronte della riduzione dei costi logistici e del miglioramento del servizio offerto al cliente, dice Battezzati. I principali retailer mondiali (Wal Mart, Metro, Marks&Spencer) sono stati i first mover del Rfid e sulla base delle loro esperienze ritengono che oggi e nel medio termine sia conveniente e affidabile implementare sistemi Rfid solo su unità di carico riutilizzabili (come pallet, contenitori…) e non sui singoli prodotti finiti. Le motivazioni principali sono date dall’elevato costo relativo del tag rispetto ai benefici ottenibili e dalla difficoltà tecnica di ottenere una elevata affidabilità di lettura di aggregati di prodotti misti. I rappresentanti degli stessi retailer stimano che passeranno 8-10 anni prima di poter usare in modo pervasivo i tag sui prodotti finiti. La percezione dei retailer minori di mancanza di uno standard dominante e di reali best practices, con un quadro normativo in evoluzione insieme all’esistenza di una tecnologia alternativa economica e affidabile come il barcode, determinano uno stato di attesa da parte dei follower. Questo fenomeno crea un circolo vizioso che, limitandone la diffusione e impedendo di sfruttare pienamente le economie di scala, tiene

Autore: ITespresso
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