Sale il numero di occupati ma aumenta la precarietà

Management

L’edizione 2004 del rapporto su occupazione e formazione nell’Ict mette in luce il crescere del settore nel nostro Paese ma lancia forti allarmi per il futuro

Information communications technology e occupazione. Un binomio che da sempre tiene alta l’attenzione di istituzioni, associazioni industriali, enti che si occupano di formazione. Se negli anni della bolla l’aspetto più delicato di questa relazione era il cosiddetto skill shortage, ovvero la difficoltà da parte delle imprese di Ict nel reperire persone con la sufficiente e adeguata preparazione per ricoprire ruoli allora emergenti, oggi, a bolla implosa, la situazione è decisamente diversa. Resta viva la necessità di professionalità di alto profilo, ma passi avanti sono stati fatti rispetto agli ultimi anni del secolo scorso, e aumenta sia il numero delle imprese, sia quello degli addetti nel settore Ict nel nostro Paese. I dati più recenti sono contenuti nel rapporto 2004 su Occupazione e formazione nell’Ict, presentato recentemente alla presenza del ministro per l’innovazione Lucio Stanca e realizzato da Federcomin, Anasin e Assinform con la collaborazione di Aiip, Clusit, Fedoweb e Frt. La ricerca condotta dalla facoltà di Scienze statistiche dell’Università di Milano Bicocca con il supporto di Unioncamere e di Netconsulting si propone di analizzare sia dal punto di vista quantitativo, sia qualitativo le tendenze che regolano i rapporti tra il settore dell’informatica e delle telecomunicazioni e i flussi legati all’occupazione e alla formazione.

Il numero di imprese che in Italia operano nel settore dell’Ict è stato, nel 2003, lo 0,8% in più rispetto all’anno precedente. In numeri assoluti si è passati da 84900 aziende a 85600 (erano poco meno di 81mila nel 2000). Questo il dato positivo, quello negativo, fa notare la ricerca, è l’aumento dei casi di criticità, di aziende che si trovano in una situazione decisamente non florida. Sono infatti circa il 10% quelle che si trovano a dover ancora superare il periodo di crisi, percentuale che rappresenta una crescita di circa il 5% rispetto al 2002. Questo dato è compensato dal fatto che 28mila imprese hanno dimostrato di essere ben strutturate, di disporre di un buon numero di addetti e di essere partecipate da società di capitali: tutti segnali che indicano come il settore sia, nonostante le criticità, in buona salute, almeno secondo quanto emerso dall’analisi che il rapporto 2004 su Occupazione e formazione nell’Ict propone. Se il numero delle imprese cresce dello 0,8%, quello degli occupati del settore aumenta, sempre nel 2003 rispetto al 2002, quasi del doppio: 1,5% che corrisponde a un totale di 608mila persone. A questi, sottolinea la ricerca, vanno sommati anche i circa 400mila addetti che si occupano di Ict presso le imprese utenti, cosa che porta la popolazione totale italiana che lavora nell’ambito delle tecnologie informatiche a oltre un milione di unità. In altri termini il 5% della forza lavoro totale del Paese. Per entrambe le tipologie di lavoratori, quelli impiegati presso le aziende di Ict e quelli che si occupano di tecnologie nel contesto di imprese utente. Il rapporto segnala un incremento dei lavoratori a tempo parziale che nel primo caso crescono del 36,4% rispetto al 2002, e nel secondo del 40%. L’altro fronte di indagine del rapporto ha preso in esame il numero di persone che tutti i giorni lavora utilizzando le tecnologie informatiche. Tale indagine individua tre gruppi di utenti denominati: power user, generic user e no user. I primi, poco meno di quattro milioni, dato sostanzialmente stabile, sono coloro in grado di utilizzare la tecnologia in modo flessibile, completo e autonomo. I secondi sono coloro che utilizzano le tecnologie in modo automatico e limitato alle loro specifiche aree di competenza, si tratta di una popolazione di quasi sette milioni di persone che è cresciuta, rispetto al 2002, del 2%. Infine i no user che, purtroppo, rappresentano ancora una fetta consistente: oltre 4milioni di persone, oltre il 27% del totale degli occupati. Sono coloro che non utilizzano le tecnologie informatiche in alcun modo per il loro lavoro, il loro numero è cresciuto di poco più dell’1% rispetto al 2002. Partendo da questi dati il rapporto sottolinea come stiano a indicare le difficoltà da parte delle imprese nel riuscire a tenere il passo con le evoluzioni tecnologiche e come non si sia ancora riusciti a definire modelli formativi capaci di mantenere aggiornate le competenze professionali. È proprio la formazione, rileva la ricerca, a soffrire pesantemente con un calo del 10,4% rispetto al 2002 in termini di valore. Il giro di affari si è infatti fermato a 630 milioni di euro. Calo dovuto alla riduzione degli investimenti che le imprese dedicano alla formazione, cosa che rappresenta un forte elemento di criticità e che per essere risolto richiede l’intervento di tutte le figure che si occupano di formazione che si devono agire su tutte le tre categorie di utenti: power, generic e no user.

“Nuovi profili professionali e maggiore flessibilità”, queste sono le caratteristiche principali che contraddistinguono il mercato del lavoro nell’ambito Ict secondo Alberto Tripi, presidente di Federcomin che aggiunge: “chiediamo con forza che nel dibattito sul Dpef si consideri la questione innovazione come prioritaria con concreti sostegni alle imprese capaci di accelerare il processo di ripresa economica anche in un settore che dimostra di essere sempre più vitale per l’economia del Paese”. Se possibile ancora più deciso nel suo commento è Franco Patini, presidente di Anasin, che ha dichiarato come la perdita di competenze in un mondo che va sempre più verso la società della conoscenza è da considerarsi grave quanto la distruzione delle foreste per l’equilibrio della natura. Non da meno Pierfilippo Roggero, presidente di Assinform, che non nasconde la sua preoccupazione di fronte al rischio di impoverimento delle risorse e delle competenze in ambito Ict: “Auspichiamo, in linea con i programmi della nuova presidenza di Confindustria, che l’innovazione delle imprese e delle risorse umane entri nel cuore delle strategie e delle attività del governo e degli stessi imprenditori al fine di generare beneficio per la competitività della nostra economia”.

Autore: ITespresso
Clicca per leggere la biografia dell'autore  Clicca per nascondere la biografia dell'autore