Sentenza ViviDown: perché Google è stata condannata

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Come Google gestisce le richieste dei governi

Sono finalmente uscite le motivazioni della sentenza che ha condannato a sei mesi di carcere tre dirigenti di Google. Il Giudice Oscar Magi spiega che servono recinti su Internet e il Web non è una prateria senza leggi. Internet non è il FarWest (o FarWeb). Google è stata condannata perché trae profitto e dunque deve rispondere dei video uplodati dagli utenti su Google Video. Inoltre la privacy di Google Italy è risultanta carente. Il New York Times contesta la sentenza. Ecco le opinioni di esperti di diritto e media sul verdetto che spacca la Rete italiana in due fronti contrapposti

Centoundici pagine di verdetto spiegano perché tre dirigenti di Google sono stati condannati a 6 mesi di reclusione, nel “caso Google – ViviDown”, scoppiato in seguito all’upload di un video di molestie ai danni di un ragazzo autistico.

Si tratta di una sentenza che spacca in due fronti contrapposti la blogosfera e gli esperti di media e diritto.

Ecco le ragioni dei Contro. L’esperto di diritto e Internet Guido Scorza illustra come la sentenza ignori completamente l’esistenza della Direttiva sul commercio elettronico: anche Scorza, come già l’ambasciatore Usa, Reporters senza frontiere e molti media anglosassoni, ritiene che esista “un caso Italia” nello scenario Internet.

Inoltre l’avvocato Scorza contesta il legame tra AdWords (un sistema in automatico) e trattamento dati, riscontrato dal giudice Oscar Magi. Riporta Scorza su Punto Informatico: “Francamente non mi sembra che gestire attraverso un sistema automatizzato come Adwords, in forma anonima, l’associazione di contenuti pubblicitari a taluni contenuti audiovisivi ospitati da un soggetto straniero all’estero possa significare trattare, in Italia, dati personali altrui.”

Secondo Juan Carlos de Martin, fondatore del Centro Nexa al Politecnico di Torino, il verdetto getta un’ombra di illegalità su molte organizzazioni online: “L’incertezza giuridica potrebbe scoraggiare il business e le iniziative sociali. Nessuno vuole essere criminalizzato per quello che ospita online“.

Internet non è il FarWest: crolla l’utopia del Farweb, coltivata dai cowboys della console degli anni ’90? Sì, la sentenza del 24 febbraio mette dei paletti alla Rete italiana. Secondo il New York Times, il giudice invita Google non a monitorare tutti gli upload, ma ad essere più vigile: ma, secondo il Nyt, la sentenza mette a soqquadro i principi su cui si fonda Internet.

Nelle scorse settimane, Antonio Pilati, dal 2005 commissario antitrust, aveva detto (Corriere della Sera): “Google non è un editore ma fa un altro mestiere” e ha aggiunto: “Nel caso del ragazzo down, l’obbrobrio l’ha commesso chi ha filmato il ragazzo e divulgato il video, non il motore di ricerca”.

Le ragioni dei Pro sentenza. Massimo Mucchetti, giornalista del Corriere della Sera, si spinge oltre. Afferma che le motivazioni faranno giurisprudenza e avranno tre conseguenze: primo, Google non collabora con la giustizia; secondo, il Codice della Privacy va applicato anche a Google Italy, perché trae profitto; corollario, se Google Italy è un “soggetto economico responsabile” dovrebbe pagare le tasse anche in Italia (e non in Irlanda dove ha sede); terzo: Google non è un editore, ma neanche una piattaforma neutra, ma è un ospite attivo. Per dimostrare il dolo, il PM vorrebbe aggiornare la normativa italiana. Anche Giuseppe Attardi ha spiegato sul suo blog “i malintesi” del caso Google.

In Italia 19 milioni di utenti sono iscritti a siti di social network. Ma forse l’Italia non è ancora un paese per Internet. E già si sente il “tintinnar di manette” come nota Vittorio Zambardino sul suo blog su La Repubblica.

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