Smaltire i computer è ancora un problema

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Un lungo iter, quello della direttiva per il recupero e il riciclaggio dei rifiuti elettronici per la complessità del circuito virtuoso da costruire.

E mentre il Consiglio dei Ministri lo esamina, i vendor si dividono tra chi desidera occuparsi in prima persona dei propri rifiuti e chi preferisce una risposta collettiva, mentre il canale, inizia a prendere in considerazione il problema La bozza definitiva per il recepimento della direttiva europea sui rifiuti elettronici (2002/96/Ce) è stata consegnata al Consiglio dei Ministri, siamo quindi decisamente in ritardo sui tempi previsti dal provvedimento: 13 agosto 2004. “Siamo però in buona compagnia”, argomenta Roberto Taranto, direttore generale dell’Anie. “In realtà a fine dicembre solo i Paesi europei più piccoli come Grecia, Belgio, Finlandia, Olanda e Slovenia l’avevano recepita. Tutti le grandi nazioni, che presentano una certa complessità, sono ancora a uno stato di elaborazione della legge simile al nostro. Il ritardo è dovuto alla complessità del sistema da costruire”. La direttiva infatti è molto chiara nell’assegnare gli obiettivi di recupero complessivi, quattro chili per abitante/anno, e per singolo prodotto, almeno il 75% deve essere riciclato. È molto chiara anche nell’assegnare ai produttori l’onere e l’onore di finanziare il recupero, il riciclo e lo smaltimento. Ma li lascia liberi di organizzarsi come credono. Si sono così fronteggiate due visioni contrastanti: chi desiderava occuparsi in prima persona dei propri rifiuti e chi invece avrebbe preferito il modello di un consorzio di filiera per l’it, da finanziare in base alla propria quota di mercato. “Non si tratterà di consorzi obbligatori come era successo nel caso degli imballaggi, un modello che si è rivelato molto costoso e meno efficiente di quanto avrebbe potuto essere”, spiega Fabrizio De Poli, consulente scientifico del ministero dell’Ambiente, che sta seguendo anche a livello comunitario lo sviluppo della direttiva. “Si tratterà di più consorzi, liberamente organizzati dai produttori, in modo che ci sia concorrenza fra le varie realtà, cosa che dovrebbe portare alla riduzione dei costi e a un mercato più dinamico”. Condivisibile o meno questa impostazione, è comunque quella che si sta affermando nei maggiori Paesi europei. I vari consorzi sono quindi allo stato nascente e i produttori immaginano diversi scenari. Alcuni continuano a preferire la creazione di consorzi di filiera (il bianco, il bruno, l’it per fare alcuni esempi), che potrebbero nascere liberamente all’interno dell’associazione di ca- tegoria e che sarebbero finanziati dai vendor in base alle loro quote di mercato. Ibm, Philips, Lexmark hanno abbracciato questa filosofia. Lo scenario però è ancora confuso: non si capisce se il consorzio nascerà all’interno dell’Anie o di Tecnoimprese o come è più probabile all’interno di entrambi. Rimane il fatto che Ecoqual’it, il consorzio all’interno di Tecnoimprese che riunisce i produttori, e Certo, che sempre all’interno di Tecnoimprese raggruppa i gestori a fine vita (i recuperatori in senso ampio), stanno accordandosi per la partenza di EcoRit, dove Rit sta per recupero di information technology, ed è un progetto che intende anticipare la direttiva con una risposta collegiale. Fra le iniziative lanciate da Ecoqual’it anche il progetto Ecodealer che trasforma i punti vendita in punti di riferimento della raccolta. Partito più di un anno fa il progetto coinvolge già più di 130 ragioni sociali, fra cui il canale di Ricoh, Nrg, Lanier (fra i vendor più attivi all’interno del consorzio) e poi varie catene di consumer electronics o piccole catene informatiche. Altri vendor stanno invece pensando di occuparsi molto più da vicino dello smaltimento dei propri prodotti, giocando anche a livello di marketing la carta ambientale. Hp, per esempio, con altri produttori presenti in mercati differenti e cioè Electrolux, Sony, Brown-Gillette, ha dato vita a una realtà come Erp (European Recycling Platform). Non è ancora un consorzio, ma potrebbe diventarlo, sfruttando le economie di scala che una realtà multinazionale può mettere in opera in tutta Europa. Un’altra alleanza di questo tipo, che però in Italia non è stata ancora presentata ufficialmente, è quella creata da Jvc, Thompson e Panasonic. Naturalmente in un quadro in cui operino diversi consorzi, sugli stessi prodotti, in un’ottica di libero mercato, andrebbe almeno creato un centro di coordinamento per evitare che si scateni una guerra dei rifiuti e per permettere alle municipalizzate di capire a chi dare i prodotti raccolti. Ovviamente a tutti farebbero gola alcune piazzole delle grandi città del Nord dove facilmente si radunano grandi quantità di rifiuti elettronici, che permetterebbero con meno spesa di raggiungere la percentuale di recupero prevista dalla direttiva.

Saranno comunque le aziende municipalizzate di gestione rifiuti a realizzare e gestire le piazzole ecologiche, dove verranno conferiti i vecchi prodotti elettronici, quelli che per intenderci sono già nelle nostre case e che prima o poi dovranno essere sostituiti. “Un’ipotesi – dice Taranto – è che per i piccoli elettrodomestici, e magari i cellulari, venga creata una nuova campana, come quella del vetro”. Le piazzole saranno anche il punto di snodo dei prodotti consegnati presso i rivenditori? Non è chiaro perché è ancora in divenire tutta la struttura dei vari consorzi che si occuperanno del trasporto ai luoghi di riciclo, recupero e smaltimento. Probabilmente dai grossi punti vendita e dalla grande distribuzione i camion andranno direttamente ai riciclatori, i negozi più piccoli invece faranno probabilmente riferimento alle aziende municipalizzate. Più chiaro e definito apparirà il loro ruolo quando il provvedimento sarà esaminato dalla Conferenza Stato-Regioni. Chi finanzierà la costruzione delle nuove piazzole e il personale destinato a dividere i rifiuti fra loro resta ancora da decidere.

“Probabilmente ci sarà uno slittamento anche nella data del 13 Agosto 2005, quando era prevista l’inizio della raccolta”, continua Taranto. “La messa a punto del sistema richiederà gran parte del 2005, dopo l’approvazione della legge occorrerà aspettare una serie di decreti attuativi. La sola creazione del registro dei produttori, dovrebbe richiedere circa sei mesi. Poi bisognerà costituire un organismo di controllo e un organismo di indirizzo. D’altronde è una direttiva complessa che cambierà la vita sia dei cittadini sia delle imprese”. Se i prodotti messi in commercio prima dell’agosto del 2005 saranno raccolti per forza in modo collettivo e ogni produttore pagherà in proporzione alla propria quota di mercato (calcolata a seconda dei prodotti in base al peso o al numero di pezzi), a partire dal 13 agosto di quest’anno i vendor saranno investiti dalla responsabilità individuale del riciclo. Sempre a partire dalla stessa data i prodotti venduti dovranno portare un marchio che permetta di identificare il produttore. “È questo un altro aspetto che porterà allo slittamento della data – spiega De Poli – perché i produttori possano occuparsi dei propri scarti, anche attraverso i consorzi, è necessario che siano identificabili. Capire come renderli tali non è facile. E non è escluso che dopo tale data continui a valere la regola della quota di mercato”. C’è però chi come Hp non esclude di potersi occupare direttamente dello smaltimento dei prodotti messi in commercio a partire da quella data. Il recupero dei prodotti elettronici sarà finanziato con una tassa, che i produttori potranno scorporare dal prezzo per farla vedere al cliente finale; per i prodotti informatici potrebbe essere compresa fra i 3 e i 10 euro. “Non è previsto un prezzo uguale per tutti, ci sarà competizione anche per questo aspetto”, conclude Taranto. “I produttori di elettrodomestici, per esempio, si avvarranno della possibilità di utilizzare la cosiddetta visible fee, cioè dichiareranno in fattura il contributo per lo smaltimento che potrebbe essere di circa 20/30 euro. Un ammontare che su una lavatrice, molto difficile da smaltire per il privato, non incide particolarmente. Invece i produttori di informatica pensano di interiorizzarlo, sarà un elemento di costo che contribuisce al prezzo finale, vista l’estrema competitività sul fronte prezzi del mercato informatico ci sarà indubbiamente un certo impegno a fare in modo che incida il meno possibile”. È parere unanime in ogni caso che la direttiva avrà un impatto importante sia sull’industria sia sui consumatori e naturalmente sull’ambiente. “Nascono da provvedimenti come questi revisioni significative anche nella progettazione dei nostri prodotti”, conferma Taranto. “Si andrà probabilmente a diminuire il numero di materiali utilizzati in modo da avere possibilità di riciclo decisamente maggiori. L’obiettivo di recuperare e riciclare quattro chili l’anno per abitante entro il 31 dicembre del 2008 sarà molto probabilmente raggiunto se non superato. Già oggi si recuperano 1,4 chili per abitante, quindi il riciclo non parte da zero, alcune realtà già esistono anche se questo sarà un settore destinato a crescere ed evolvere in maniera sostanziale. In base agli studi condotti la percentuale di conferito in discarica per i grandi elettrodomestici diminuirà entro il 2008 di oltre la metà del volume attuale, secondo alcuni anche di tre quarti. E anche sui piccoli elettrodomestici ci sarà una notevole diminuzione”.

“Pensiamo che i nostri prodotti abbiano già un basso impatto ambientale e vorremmo usarlo come fattore competitivo, occupandoci direttamente del loro smaltimento e riciclo. Da anni ricicliamo le cartucce e progettiamo i nostri prodotti per il riciclo, in modo che siano facili da disassemblare. Abbiamo ridotto la quantità e il numero di materie prime, specie quelle pericolose e siamo molto attenti al packaging: privilegiamo gli imballi riciclabili, abbiamo eliminato anche qui le sostanze tossiche e la quantità di materiale utilizzato”, motiva Maurizio Pio, environment & public affairs manager di Hp Italia. “Preferiremmo quindi che non si affermasse il modello di consorzi obbligatori o quasi: non vogliamo pagare un contributo che sia uguale per tutti come è successo in Belgio, in Olanda, in Svezia dove la direttiva è stata recepita con questo modello. In Germania, in Inghilterra e speriamo anche in Italia stiamo cercando di far passare una griglia meno rigida”. Per coordinare il lavoro delle numerose entità si impone però un centro di coordinamento, un organismo operativo, superpartes, riconosciuto dalle istituzioni ma finanziato dai produttori, che funga da interfaccia logistica verso i centri di raccolta. L’organismo potrebbe anche essere creato anche all’interno di un’associazione, come l’Anie che raggruppa tutti i produttori elettronici ed elettrotecnici. “Questa strategia – spiega Pio – si è concretizzata nell’Erp (European Recycling Platform), un’alleanza a livello europeo fra quattro aziende che condividono la stessa visione: oltre ad Hp, Electrolux, Sony, Brown-Gillette, a cui presto potrebbero aggiungersi altre realtà multinazionali. È un’entità aperta che potrebbe trasformarsi nella struttura che queste aziende utilizzeranno in vari paesi per la raccolta, lo smaltimento e il ri- ciclo dei prodotti. Sarà una realtà minimizzata, leggera, che affiderà quasi tutto il lavoro in outsourcing, in cui ogni azienda sarà responsabile per i propri scarti. Sono già state scelte due società specializzate per le attività logistiche: una per l’Italia, la Germania, l’Austria, la Polonia, un’altra società per gli altri Paesi europei. L’obiettivo è quello di rendersi autonomi il prima possibile, non subito, un consorzio, per quanto leggero come Erp, è necessario per la gestione dello storico”. Naturalmente visto che Hp ritiene i propri prodotti più leggeri, pensa che il calcolo della quota di mercato per gestire lo storico non debba essere fatta in base al numero di pezzi venduti ma in base al peso. È naturalmente avversa l’idea che anche nel futuro, per i prodotti considerati nuovi, possa essere utilizzato lo strumento della quota di mercato per calcolare il contributo del singolo vendor.

“La posizione di Ibm è quella di entrare a far parte di un consorzio di filiera creato all’interno dell’Anie o di Tecnoimprese. Non è l’ambiente l’ambito in cui farsi concorrenza, quello dei rifiuti elettronici è un problema sociale e come tale va affrontato, cercando di semplificarne al massimo la gestione. Non credo che la presenza di più consorzi possa rappresentare un fattore competitivo in grado di ridurre i costi, che al contrario potrebbero essere tenuti sotto controllo mettendo in concorrenza fra loro i recuperatori. La presenza di più alleanze in competizione fra loro, durante la fase a responsabilità condivisa impone la nascita di una struttura aggiuntiva, il centro di coordinamento, la clearing house come la chiamano in Inghilterra. La responsabilità individuale nel mercato consumer imporrà anche agli operatori all’interno delle piazzole di raccolta di separare i rifiuti non solo per grandi categorie, pc e frigoriferi, ma anche per singolo produttore o alleanze, appesantendo tutto il processo. I maggiori problemi si verificheranno, ovviamente, nel canale domestico perché per i rifiuti generati dalle imprese, organizzare sistemi di raccolta e riutilizzo a responsabilità del produttore sarà più facile”. Roberto Vertemati, responsabile programmi ambientali Ibm, illustra la posizione di Big Blue aggiungendo che questa non è l’unica direttiva ambientale in arrivo, le altre (una per l’eliminazione delle sostanze pericolose, una per il design dei prodotti, una per tenere sotto controllo i processi produttivi) tenderanno a rendere sempre più omogeneo e ridotto l’impatto ambientale dei pc e delle stampanti. Va detto che per Ibm il mercato consumer, specie dopo l’operazione Lenovo, è sempre meno rilevante. “Un altro problema da risolvere – continua Vertemati – è la marcatura dei prodotti con l’indicazione del produttore. L’apposizione del marchio, europeo o peggio ancora nazionale, potrebbe causare non pochi problemi a pc fabbricati nell’Estremo Oriente, le cui destinazioni finali vengono decise all’ultimo momento. Marcarli all’origine è abbastanza problematico, ma anche farlo all’arrivo, disimballando i prodotti, è piuttosto complicato. Per questo motivo in alcuni Paesi come la Germania, è stato deciso di tenere per sempre la quota di mercato come base per il calcolo del contributo che ogni produttore deve dare allo smaltimento. Un modo di procedere che semplificherebbe anche il problema delle garanzie finanziarie, perché il produttore si troverebbe a pagare oggi lo smaltimento dei prodotti di ieri, lasciando ai produttori di domani lo smaltimento di quanto venduto oggi. In questo modo anche il problema della marcatura diventerebbe meno stringente”.

“L’attenzione all’ambiente è presente in qualsiasi aspetto dell’attività di Lexmark dalla progettazione in poi”, esordisce Pietro Renda, direttore marketing Lexmark Italia. “Qualche esempio: la confezione dei toner è in cartone completamente riciclabile e le dimensioni della scatola ridotte del 25%, stiamo enfatizzando l’utilizzo del fronte retro, abbiamo testato le nostre stampanti su vari tipi di carta riciclata, recuperiamo gratuitamente le cartucce esauste presso i nostri clienti e le riutilizziamo. In Italia poi siamo particolarmente attivi e abbiamo aderito all’iniziativa Impatto Zero di Lifegate. I loro tecnici hanno calcolato il consumo di anidride carbonica di Lexmark Italia, considerando tutte le nostre attività: dal riscaldamento degli uffici al consumo di benzina dei nostri commerciali. Per bilanciare queste emissioni è necessario piantare un numero definito di alberi. Noi abbiamo dato vita a un bosco, certificato, di circa 11 ettari nel parco del Ticino. Ora l’obiettivo è ridurre il nostro consumo di energia per arrivare ad avere un saldo positivo”. I lavori per il recepimento della direttiva rientrano in questo contesto, per Lexmark si tratta di consorziarsi con gli altri produttori, per questo partecipa alle riunioni di Ecoqual’it e Anie. “Alcuni nostri competitor – continua Renda – probabilmente decideranno di operare in maniera singola o con organizzazioni europee, noi siamo più orientati al consorzio di filiera perché permette di suddividere i costi. E anche a livello etico sapere che il mio concorrente si sta impegnando tanto quanto me è tranquillizzante, inoltre, consente un maggiore controllo. Siccome il contributo che dovremmo versare sarà proporzionale alla nostra quota di mercato calcolata in base al peso del prodotto, sarà nostro interesse fare in modo che i prodotti pesino il meno possibile. La ricerca e sviluppo di Lexmark sta lavorando proprio su questo, l’Europa è un mercato troppo importante per poterlo trascurare”.

Anche Jvc, insieme a Thomson e Panasonic sta pensando a una piattaforma personalizzata che si occupi dei loro rifiuti. Anche se per il momento in Italia non è stata presa ancora nessuna decisione ufficiale. Le tre aziende hanno deciso di collaborare per creare un vero e proprio sistema operativo per il riciclaggio di tutti i prodotti elettrici ed elettronici e rispondere in maniera internazionale alle richieste della direttiva europea. L’accordo si propone di introdurre un sistema di riciclo in ogni stato europeo dove i sistemi collettivi di tipo industriale o di settore esistenti non siano applicabili o non siano competitivi; di supervisionare tutte le operazioni di riciclo; invitare altri produttori e riciclatori a far parte di questo sistema organizzativo. Rientrano nel progetto non solo i prodotti di elettronica di consumo e l’intero comparto Ict, ma anche quanto fa parte della categoria dei “bianchi”, elettrodomestici e quant’altro. Nella prima fase il programma si focalizzerà sul mercato tedesco, ma in prospettiva si prevede di allargare l’iniziativa agli altri Paesi del vecchio continente, con un programma adattato alle diverse esigenze locali. “Per il momento abbiamo messo le basi per verificarne la fattibilità anche in Italia”, dice Luca Busillo, responsabile service Jvc. “Bisogna però tenere presente che ognuna delle tre società ha già come referente la propria associazione di categoria: l’Anie sta lavorando a pieno ritmo ed è uno dei motori per il recepimento e l’organizzazione della raccolta e del riciclo, anche tramite consorzi. Solo se da questi lavori non dovesse nascere un consorzio ritenuto competitivo ed efficiente, sarebbe presa in considerazione la struttura internazionale”.

Philips è una società di casa madre olandese, Paese dove già da qualche anno è entrata in vigore una legge per il riciclo dei prodotti elettronici ed elettrici. Il provvedimento ha previsto l’istituzione di consorzi obbligatori di filiera, finanziati dai produttori, con un modello di responsabilità collettiva. Forte di questa esperienza che considera positiva vorrebbe riproporre lo stesso modello anche in Italia. “Partecipiamo regolarmente agli incontri dell’Anie che è la nostra associazione di categoria, che a sua volta raccoglie tutte le associazioni dei singoli comparti”, spiega Roberto Lisot, internal & external affairs di Philips. “Ci aspettiamo la creazione di consorzi di filiera finanziati attraverso la visible fee prevista dalla direttiva. Una tassa, difficile da calcolare, che potrà variare da 3 a 10 euro circa a seconda dei prodotti. D’altra parte la stessa direttiva prevede per lo smaltimento dei prodotti già immessi sul mercato la responsabilità condivisa. Non si tratterà però di consorzi obbligatori, saranno consorzi volontari ai quali ci si potrà iscrivere. È questo l’orientamento che si sta diffondendo in alcuni paesi europei come la Germania, dove l’antitrust spinge per la creazione di più consorzi, perché ci sia più concorrenza”. Anche Philips ha un programma ambientale che tiene conto di vari aspetti dell’impatto ambientale sull’aria, sull’acqua e naturalmente sulla produzione e progettazione che ha visto negli ultimi anni una significativa riduzione dell’energia e delle materie prime”.

Non sono solo i vendor a muoversi, anche la distribuzione si sta dando da fare d’altra parte in mancanza di una sede del vendor sul territorio, saranno proprio i distributori a doversi accollare i costi di recupero e la partecipazione a uno dei consorzi, con l’iscrizione all’albo dei produttori. Per il momento i più attivi si sono dimostrati essere Ingram Micro e Cdc, che nella sua doppia veste di distributore e produttore ha ben pensato di muoversi in anticipo. “La nostra azienda da tempo presta attenzione alle problematiche ambientali come dimostra la certificazione Iso 14001 per la gestione ecocompatibile dei processi aziendali”, spiega Leonardo Pagni, amministratore delegato di Cdc. “Quando circa un anno e mezzo fa abbiamo saputo dell’arrivo della direttiva, abbiamo cominciato a chiederci se era possibile trasformarla in un’opportunità, piuttosto che viverla come un obbligo fastidioso. Abbiamo così scoperto che era possibile sviluppare delle iniziative in questa direzione, senza sostenere oneri pesanti e senza penalizzare i clienti. Di fatto si trattava di sfruttare al meglio il nostro flusso logistico, da e verso i punti vendita, andando a ritirare i prodotti informatici a fine vita. Stringendo poi degli accordi con aziende specializzate che, con assoluta serietà, potessero riutilizzare i prodotti (il vecchio pc che non va più bene per una famiglia evoluta, va bene per insegnare al bambino delle elementari) o smaltirli in modo ecocompatibile. Il nostro vantaggio nell’organizzare questo sistema è la capillarità sul territorio: parliamo di 700 punti vendita, collegati quasi quotidianamente alla sede centrale sia da un punto di vista logistico, sia di sistema informativo. Abbiamo così scoperto che impostare un processo di recupero non sarebbe risultato particolarmente oneroso, in quanto i computer riutilizzati e quindi rivenduti avrebbero di fatto finanziato lo smaltimento degli altri”. A ottobre è quindi partita l’iniziativa Ecodigitale che ha coinvolto tutti i punti vendita Computer Discount, in cui il cittadino può conferire non solo computer, ma prodotti informatici di qualsiasi tipo e di qualsiasi vendor, senza che debba acquistare nulla. L’inizio è stato piuttosto lento, come era da aspettarsi, e i volumi raccolti non sono ancora significativi, ma la risposta da parte del pubblico c’è stata. “Siamo partiti – continua Pagni – con la formazione dei punti vendita via internet e una serie di circolari operative. Poi abbiamo creato un logo, Ecodigitale, per dare riconoscibilità all’iniziativa e distribuito materiale informativo presso i punti vendita. Nel periodo pre-natalizio abbiamo proposto un’iniziativa di rottamazione, con uno sconto di 50 euro sulle nuove macchine a chi consegnava vecchi computer”. Le due società di recupero coinvolte da Cdc sono Lbz, con cui la società collabora da tempo per lo smaltimento dei residui di produzione, e Scrap che si occupa dello smaltimento di quegli oggetti che proprio non hanno mercato. “La struttura che abbiamo creato – conclude Pagni – è stata resa disponibile anche ad altri e siamo in dirittura d’arrivo nel siglare un accordo con un vendor di primaria importanza. A breve partirà anche un servizio di recupero di cartucce delle stampanti. Per ogni cartuccia raccolta noi andremo a dare un contributo al Wwf, con la speranza che chi consegna le cartucce esauste, acquisti le nuove presso di noi”.

Partendo dalle proprie competenze logistiche e da un sistema informativo avanzato anche Ingram Micro ha dato vita a un proprio sistema di recupero, Save, per il momento utilizzato in esclusiva da Hp, ma probabilmente nel futuro aperto anche ad altri vendor. “L’iniziativa è nata da una serie di incontri con Ecoservice, una società specializzata nella gestione dei prodotti a fine vita soprattutto nel mondo della telefonia, un segmento vicino a quello dell’it. Il valore economico di un pc da rottamare è quasi zero, ma ha un alto valore ambientale e sociale evidente perché oramai il nostro è un mercato di sostituzione”, esordisce Paolo Filpa, operations & purchasing director, Ingram Micro. “Avevamo chi si occupava dello smaltimento, quindi abbiamo cercato un partner disposto a farsi carico dell’impatto economico. Per il momento la sola Hp ha aderito con una formula esclusiva fino ad aprile, anche se è nostra intenzione estendere il servizio anche ad altri. La formula prevede che tutti i rivenditori che acquistano un pc Hp nuovo hanno l’opportunità di rottamare un pc usato di qualunque marca. I rivenditori cominciano quindi a prendere coscienza del problema, sapendo che noi possiamo offrire una soluzione”. Il dealer registrato può entrare nel sito di Ingram Micro, dove trova un banner che gli permette di accedere a un applicativo: inserendo il numero di serie della macchina Hp acquistata dal distributore, il rivenditore acquisisce il diritto di partecipare al servizio. Dopo aver verificato il numero di serie, viene automaticamente inviata un’e-mail a Ecoservice, che contatta il rivenditore per organizzare il ritiro. Per lanciare l’iniziativa il distributore ha fatto pubblicità, pubblicato delle vignette che spiegano il processo. E ora stanno pianificando una promozione più attiva, perché Ecoservice ha visto in questa iniziativa una opportunità di business e intende contattare direttamente una serie di reseller per proporre questo servizio. Al momento infatti solo una ventina di realtà hanno deciso di approfittare di questa opportunità: “Si tratta – conclude Filpa – per lo più di reseller che lavorano nel mondo business e che si trovano a sostituite una quantità di computer superiori ai dieci. Il computer shop tradizionale risolve questo problema in maniera differente cioè rivendendo i vecchi pc, mentre gdo e gds per il momento non hanno manifestato né interesse né bisogno”.

Autore: ITespresso
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