Sotto accusa la direttiva UE sull’IVA nelle transazioni on line.

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Gli americani forti del loro liberismo economico contestano una Direttiva che definiscono iniqua e discriminatoria.

NEW YORK. L’Electronic Data Systems (EDS), società americana attiva nei servizi IT, ha dichiarato tramite la sua portavoce Karen Myers che l’Iva che verrà praticata sul commercio elettronico in Europa dal 1° luglio sarebbe svantaggiosa per le aziende straniere. In particolare la Myers, parlando alla Commissione per gli affari esteri del Senato, ha affermato che l’Unione europea ha creato condizioni commerciali discriminatorie per le aziende non europee, spacciando le misure come un piano per uniformare il settore. Sulla base della recente Direttiva UE le società straniere che effettuano prestazioni on line nei confronti di privati consumatori residenti nella UE, saranno obbligate a identificarsi, ai fini Iva, in uno Stato della Comunità Europea la cui scelta ricadrà nel luogo in cui si realizza la prima operazione tassabile. L’EDS crede pero’ che questo trattamento non faccia altro che distorcere maggiormente il mercato europeo, discriminando tutte quelle aziende statunitensi che non hanno i mezzi tecnici per adeguarsi alle normative, che secondo la Myers sarebbero anche in contrasto con le regole stabilite dalla World Trade Organization. Molto critica la posizione americana nei confronti della nuova Direttiva Ue entrata in vigore dal 1° luglio che modifica le norme in materia di IVA per i servizi di radiodiffusione e di televisione ed i servizi prestati tramite mezzi elettronici. In base a tale Direttiva, datata 7 maggio 2002, tutte le aziende che operano in Rete, anche quelle non residenti all’interno della Ue, dovranno applicare l’Iva sulle transazioni digitali. Si tratta, in particolare, di un’aliquota compresa tra il 15 e il 25% su alcune operazioni effettuabili via Internet, come scaricare musica o software, canoni di abbonamento mensili agli Internet service provider e su qualsiasi altro prodotto acquistato attraverso aste on line all’interno del blocco dei 15 paesi della Ue. La dura presa di posizione della società americana che riflette il pensiero di molti operatori d’oltreoceano e’ facilmente comprensibile in quanto una delle ragioni che giustifica il notevole sviluppo del commercio elettronico negli Stati Uniti rispetto ai paesi europei e’ rappresentato proprio dalla tradizione liberista statunitense che tende, in ogni caso, a favorire il commercio in tutte le sue forme. Nell’ottobre del ’98, si ricorda, venne varata l’Internet tax freedom Act, una legge che bloccò – per tre anni – ogni tassa o nuova regolamentazione governativa sul commercio elettronico. Nella seconda sezione della legge, riassunta nel sito governativo del senato statunitense, si leggeva che “l’ uniformità, la semplicità e la correttezza sono necessarie per fare in modo che la tassazione sull’attività che si svolge in Rete, non finisca per rallentare l’espansione del commercio on line.” STUDIOCELENTANO.IT

Autore: ITespresso
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