Spaghetti IT e divario culturale. L’Italia vuole essere un Paese per Internet?

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Relazione AgCom: Non decolla la banda ultra larga

Oggi uno studente ha sul suo smartphone più informazioni di quante ne aveva un Presidente americano trent’anni fa. L’Italia devescommettere sull’IT con maggiore convinzione

Spread, economia, banche, finanza. È una campagna elettorale durissima. Siamo già nel pieno dei dibattiti e sembra che si sia perso il buon senso per strada, almeno per quanto riguarda l’economia digitale, uno dei settori più promettenti per far crescere il PIL nella prossima legislatura. Pare essersi smarrito, in una manciata di settimane, il filo d’arianna per diventare un Paese europeo, un ecosistema aperto all’IT e agli investimenti in innnovazione digitale. Eppure il 2013 era iniziato con qualcosa di più di un barlume di speranza, dopo il varo dell’Agenda Digitale. Sembrava che l’Italia avesse iniziato il nuovo anno con il piede giusto: le famiglie avevano accolto con (pure eccessivo) entusiasmo le iscrizioni online alle scuole, tanto da gettarsi a capofitto – pur non essendoci alcuna fretta – a compilare i moduli d’iscrizione su Internet. Un entusiasmo che è stato scambiato da molti per “provincialismo”: gli osserrvatori, hanno fatto notare che, in fondo, la data di compilazione su Internet non ha alcun impatto sull’accettazione o meno di una domanda a una scuola piuttosto che a un’altra. Nessuno ha la precedenza se arriva primo o ultimo, ma tutti sembravano voler battere i vicini di casa, cliccando per primi. Un atteggiamento che, secondo me, va letto come segno di piena adesione ad una modalità di iscrizione scolastica, finalmente innovativa. Una sorta di endorsement verso la digitalizzazione della PA, che in fondo ha solo causato qualche inconveniente nei primi giorni del debutto del sistema.

Dunque, dicevo, sembrava che il 2013 fosse partito con il piede giusto. Folle di genitori digitali convinti a iscrivere online i figli a scuola, con un entusiasmo geek, adolescienziale, fresco e ottimista, pronti ad abbracciare Internet e la PA digitale. Tutto bene, finché invece è arrivata l’immancabile doccia fredda.

Sono accaduti due fatti, anzi tre, fra loro scollegati, ma che rendono l’idea di quanta strada debba ancora fare l’Italia per colmare il “divario culturale” per incamminarsi, con serietà e professionalità, sulla strada dell’innovazione. Primo fatto: la vicenda dei libri digitali slittati al 2014.

Le 56mila lavagne digitali, che hanno coinvolto 90mila insegnanti, 480 classi 2.0 e 15 scuole (dati del Miur), non hanno convinto evidentemente le case editrici che l’Italia è pronta per i libri di testo sia cartacei che digitali. I primi passi della scuola digitale si sono dimostrati la classica rondine che non fa primavera: la strada per la scuola digitale è ancora lastricata solo di buone intenzioni, se è stato deciso – ancora una volta – l’allungamento dei tempi per l’adozione  di e-book. Una notizia che ha gelato tutti. E pensare che l’idea risale – udite, udite!- al 2008. Afferma  Giovanni Biondi, capo dipartimento al Miur che segue per il ministro dell’Istruzione il piano della Scuola digitale: “Quella in discussione è una norma molto graduale. Se accettare di allungare i tempi sarà una decisione della politica, di certo posticipare di un anno l’entrata in vigore della norma non sarà un problema insormontabile. Ma rimango dell’idea che adeguarsi il prima possibile sia nell’interesse degli stessi editori, oltre che di insegnanti e studenti”.

Ma se questo fatto non vi basta a ricredervi sulle “buone intenzioni”, ecco la seconda doccia fredda. Questa arriva dall’AgCom: già ricorderete che la campagna delle Open nomine sfumò, travolta dal ritorno della politica, dopo l’illusione del possibile arrivo dei “tecnici” a capo delle Authority. L’Italia, neanche nell’anno del governo “tecnico”, ha saputo nominare persone universalmente competenti in materia a capo delle Authority. Ma gli esperti di IT sono rimasti shockati dall’ultima uscita di Marcello Cardani, presidente di AGCom. Cardani ha affermato che sarebbe necessario intervenire sui social network a tutela della par condicio durante la campagna elettorale. Pur ammettendo di non disporre degli strumenti necessari per imporre la “Par condicio” sui social network, Cardani chiosa: “Ma penso che prima o poi sarà inevitabile intervenire sul tema“. Che cosa significa tutto ciò? È presto detto. Un divertentissimo, ma serio, post di Fabio Chiusi su llNichilista.com, ha ridicolizzato la richiesta del Presidente dell’AgCom mostrando quali soluzioni potrebbe mai adottare l’Authority per la famigerata Par condicio 2.0. Il giornalista Fabio Chiusi conclude che l’unico modo per imporre un simile intervento consisterebbe nel trasformare la rete italiana in qualcosa di affine alla rete cinese. Spendendo cifre consistenti, oltretutto. Quella Rete sottoposta a pesante cyber censura e blindata dal Grande Firewall: una Rete monitorata dal Potere centrale del Partito maoista, e che nulla ha da spartire con le reti in democrazia.

L’idea del Presidente AgCom, sul solco della precedente presidenza Agcom – un settennato in chiaro scuro, culminato con la Delibera Romani -, farebbe sobbalzare qualsiasi liberale sulla sedia. Ma non finisce qui. La stessa AGCom ha deciso di impedire agli organi di informazione di rendere pubblici i sondaggi elettorali nei 15 giorni antecedenti al ricorso alle urne; tuttavia, la stessa AgCom consente a un’app a pagamento per Apple iOS di distribuire questi stessi sondaggi, nello stesso arco di tempo, su iPad e iPhone. Una contraddizione evidente, come osserva SiamoGeek: ciò che è buttato fuori dalla porta, rientra dalla finestra. Dimostrando ancora una volta l’inconsistenza e l’insipienza di certe decisioni.

A questo punto, ci siamo risvegliati di soprassalto: ci eravamo addormentati cullati dal sogno dell’Agenda Digitale, varata al fotofinish, per risvegliarci con l’incubo di un IT in salsa italiana, ancora ingessato dal divario culturale. La domanda che sorge spontanea è: ma l’Italia vuole essere un Paese per Internet, quando nomina ai vertici delle Auhority e dei posti-chiave della PA, persone che dimostrano di non conoscere la Rete e le sue dinamiche? Mentre il divario digitale e il Bandwith Divide non danno segni di miglioramenti, osserviamo che neanche la “parentesi dei Professori” ha saputo legare l’innovazione IT alla credibilità personale di veri tecnici, competenti in materia di reti, Social media eccetera.

Chiudiamo il pezzo con l’amaro in bocca di chi credeva che con l’Agenda Digitale il Paese avesse fatto un primo passo verso l’innovazione. E così è stato. Tuttavia, ancora una volta, piccoli indizi ci consegnano la fotografia di un’Italia ancora in pesante Divario Culturale. Portare il Paese fuori dal tunnel, toccherà al prossimo governo. Ma se avessimo avuto persone competenti a capo delle Authority, saremmo in condizioni migliori. Invece, ancora una volta, la strada pare – francamente – in salita.

Oggi uno studente ha sul suo smartphone più informazioni di quante ne aveva un Presidente americano trent’anni fa. Ma forse ancora il nostro Paese non se ne è reso pienamente conto, nonostante i movimenti pro Open Data e gli sforzi fatti per l’Agenda digitale e le Startup. L’Italia deve davvero scommettere sull’IT, se vuole uscire dal tunnel del declino. Per tornare a crescere, con spirito costruttivo e maggiore apertura mentale. E soprattutto mettendo nei posti-chiave uomini e donne di comprovata competenza IT: ignorare le dinamiche della Rete nel 2013 non è più ammissibile. L’Agenda digitale è solo il primo passo, lo abbiamo ripetuto più volte. Ma adesso dobbiamo puntare sulle competenze: senza meritocrazia e trasparenza, non si avanza in nessuna direzione. E si disperde anche l’entusiamo dei “cittadini digitali”, che hanno voglia di servizi Internet efficaci, per ridurre le distanze con la Pubblica amministrazione.

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