Spaghetti Pec: al via, tra limiti e dubbi, la Posta certificata elettronica all’italiana

Autorità e normative

Due milioni di iscritti agli Albi sono obbligati a comunicare ai propri ordini di appartenenza un indirizzo Pec (Posta elettronica certificata) con valore legale, per comunicare con la Pa: dagli enti previdenziali al Fisco. Non esistono sanzioni per gli inadempienti come fissato dal decreto anti crisi (Legge 2/09). Ma la partenza della Pec si scontra con dubbi e perplessità: per esempio appena il 34% delle Pa locali ha la Pec e la Pec all’italiana non vale in Europa. L’ultima “grana” è con Cittadini di Internet: va avanti la denuncia d’infrazione Comunitaria contro lo Stato Italiano per inadempimento delle norme Ue in materia di firma elettronica, posta elettronica certificata e fatturazione elettronica. Tutti i limiti della Pec all’italiana

I professionisti italiani sono chiamati alla Pec (Posta elettronica certificata) , ma la Pec, a differenza del pestino, non è detto che bussi due volte. Infatti la via italiana alla cosiddetta “raccomandata italiana” non sembra partita con il piede giusto. Vediamo perché.

La Pec è partita il 29 novembre, data entro la quale due milioni di iscritti agli Albi dovevano comunicare ai propri ordini di appartenenza un indirizzo Pec con valore legale. La Pec serve a comunicare con la Pa: dagli enti previdenziali al Fisco. I notai potranno servirrsene per inviare gli atti di lascito al registro generale dei testamenti, mentre i commercialisti per inoltrare documenti alle camere di commmercio. Insomma, una via per sburocratizzare la PA, risparmiare tempo e azzerare file agli sportelli.

La Pec vorrebbe offrire certezza legale alla consegna dei messaggi elettronici. Ma la Pec italiana non è valida in Europa: primo grosso limite, per uno strumento telematico (globale per definizione).

Inoltre il ministro Renato Brunetta ha promesso una pioggia di Pec: dieci milioni di account di posta elettronica certificata. Ma senza l’anagrafe digitale, rischia di rimanere un progetto solo sulla carta e fare la fine delle firme digitali

Un’altra pecca, non secondaria, riguarda il fatto che la Pec è un grande affare, valutato in 50 milioni di euro. Scrive The Inquirer : “Lo Stato regala il servizio? E’ possibile pensare a un incremento di 4,7 milioni di caselle PEC in un anno? Ma in questo caso cosa succederebbe al sottostante mercato di tutti quelli che vendono la PEC ormai da anni? Com’è possibile tenere sul filo per tanto tempo tutti gli stakeholders pubblici e privati che devono usare la PEC? E come si collega questo all’annosa lacuna – italiana ed europea – in tema di Certification Authorities ?”.

Inoltre lo scenario si fa preoccupante, anche perché, come scriveva StudioCelentano.it nei mesi scorsi: temiamo che “Nell’ambito della PEC si verifichi la stessa confusione che poi ha contraddistinto la nostra firma digitale. Ci sono voluti diversi provvedimenti ed anni per chiarire (non completamente) il rapporto tra firma elettronica e firma digitale”.

E proprio su questo tema si inserisce la denuncia d’infrazione Comunitaria mossa da Cittadini di Internet contro lo Stato Italiano per inadempimento delle norme Ue in materia di firma elettronica, posta elettronica certificata e fatturazione elettronica.L’ennesimo pasticcio all’italiana? I dubbi crescono.

Autore: ITespresso
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