Steve Jobs, uomo dell’anno

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Un autorevole giornale finanziario nomina Steve Jobs, Ceo di Apple, Uomo dell’Anno. E incassa la stima e l’elogio del Presidente Usa Barack Obama

Steve Jobs, il Ceo di Apple, rappresenta la parabola e l’incarnazione più schietta del mito americano del self made man che, abbandonato dai genitori ed adottato da una famiglia modesta, costruisce una fortuna (valutata oltre 6,1 miliardi di dollari), solo grazie al suo genio, alla creatività e alle possibilità offerte a tutti dal libero mercato statunitense. Sono il Presidente Usa Barack Obama e il Financial Times, rispettivamente, a rendere omaggio a Steve Jobs, l’inventore dell’interfaccia intuitiva dei Mac, di iPod ma soprattutto del jukebox musicale iTunes (per il noleggio di contenuti legali da contrapporre al Peer to peer pirata), e poi dei device multitouch, iPhone e iPad (che hanno innovato il mercato smartphone e il mercato dei media tablet nell’era del Mobile).

L’ex hippie che ha sperimentato l’Lsd, l’ex studente che abbandona il corso di studi senza laurearsi per non pesare sulla famiglia, l’ex amico degli smanettoni libertari delle Blue box nei college (nel nome della guerra degli hacker contro lo strapotere delle Tlc), ha saputo rinascere e reinventarsi più volte nella sua vita, fino a diventare oggi l’uomo dell’anno secondo il Financial Times. Ma, per Obama, è anche un faro per l’americano medio che oggi, nella difficile uscita dalla crisi, non sa ritrovare fiducia nel modello dell’American way of life: Jobs dimostra che l’America offre una possibilità di rivincita a tutti.

Nel 2010 Apple ha 51 miliardi di dollari in cassaforte, e superato Microsoft per capitalizzazione a Wall Street e per ricavi nell’ultima trimestrale (Microsoft però batte ancora Apple negli utili, merito della profittabilità del software rispetto all’hardware). Ma Steve Jobs viene additato come esempio da Barack Obama per la sua capacità di reinventarsi anche nei momenti di difficoltà: un’immagine di speranza per l’America che, uscita con le ossa rotte dalla recessione 2009, oggi guarda a Steve Jobs come emblema di chi è caduto ed ha assaggiato la polvere, ma poi ha saputo rialzarsi. A testa alta.

E in questo (come nel marketing) Steve Jobs è maestro. Cacciato da Apple, inventò la Pixar (che oggi crea i cartoni animati più poetici e visionari per bambini). Ma soprattutto, richiamato da Apple dopo il forzato esilio, quando la Mela era prossima alla bancarotta, l’ha saputa ricostruire dalle fondamenta, regalandole una nuova visione non più legata al desktop (dove Apple aveva fallito, battuta da Microsoft), bensì traghettandola nell’era Post-Pc del Mobile dove a dominare sono smartphone e tablet. Se il sorpasso del Mobile sul Pc è ormai vicino, Apple ha saputo fiutare l’aria del cambiamento in anticipo e rifocalizzarsi sui nuovi mercati (a differenza di altri vendor). L’uomo dell’iPad sta inoltre offrendo una possibilità di riscatto anche alla stampa in crisi: Steve Jobs vuole portare i giornali nell’era dei Bit, ma con un modello di business non Internettiano, bensì basato sulle Apps a pagamento. Jobs sta traghettando la stampa dall’era del cartaceo all’edicola digitale: per questo gli editori lo venerano.

Non a caso il prossimo colpo di teatro di Jobs, avverrà a inizio gennaio: quando presenterà iPad 2 e iNewsletter (l’iTunes delle news). L’edicola digitale è dedicata ai ragazzi della Bit Generation che  sapranno dove acquistare i nuovi giornali elettronici in formato iPad, come il prossimo Daily di Rupert Murdoch o il neonato Project di Richard Branson di Virgin. In questo mix di pragmatismo e capacità visionarie, Steve Jobs incarna il sogno americano (l’American dream) come ha affermato Obama.

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