Telecom Italia è contraria alla società unica Ngn e accusa la fibra di ridurre la forza lavoro

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Il J’Accuse di Franco Bernabé contro la fibra ottica: niente società unica per le reti Ngn. Secondo l’Ad di Telecom Italia la fibra taglia i posti di lavoro. Ma secondo l’Ocse ogni euro investito in progetti di banda larga, genera 4 euro di Pil

Per l’Ad di Franco Bernabé la fibra ottica è come la Jobless recovery: forse porta crescita (come invece spiega l’Ocse da anni), ma non porta crescita dei posti di lavoro. Il J’Accuse di Franco Bernabé contro la fibra ottica è solenne: non vuole interventi dall’alto e rifiuta l’idea di “imporre ex lege a Telecom Italia  la partecipazione azionaria ad una società ad hoc, con regole di governance asseverate dall’Antitrust, per la realizzazione e la gestione della rete di nuova generazione in fibra ottica“.

Franco Bernabe’ definisce “del tutto irrealistiche le ipotesi di rapida dismissione della rete legacy in rame, avanzate negli ultimi mesi, che non trovano riscontro in nessun altro Paese occidentale”. Bernabe’ avverte, poi, che “la migrazione dal rame alla fibra, come tutte le grandi innovazioni tecnologiche del nostro settore, comportera’ nel tempo un’inevitabile contrazione della forza lavoro”. Il passaggio a “reti completamente automatizzate nella configurazione, gestione ed esercizio” avrà però come contraltare una crescita del Pil, che permetterà all’Italia di uscire dal tunnel della crescita asfittica.

Mentre l’Italia sprofonda nell’ultimo report di Cisco (condotto con l’Università di Oxford), Telecom Italia dice l’ennesimo no. La annuale sullo stato della banda larga nel mondo, da cui emerge che la Sud Corea è la regina del broad band con il 100% di penetrazione, mentre gli Usa sono solo 15esimi (a parità di Francia e Canada, come Ftc e il Presidente Obama ben sanno). L’accesso alla banda larga negli Stati Uniti è però cresciuto negli Usa dal 69% del 2009 al 75% del 2010. L’Italia è 26esima su 30, con 72 punti dai 68 del 2009 e dai 63 del 2008: dietro a Romania, Lituania e Malta. Fanalini di coda sono Polonia e Slovacchia con soli 60 punti. Ai primi posti alle spalle di Corea svettano anche Giappone e Svezia.

Ma Telecom Italia tira dritto per la sua strada, anche perché (questa è l’ultima novità…) la fibra ottica taglia i posti di lavoro. Allora ITespresso.it si permette di dare ai numeri per spiegare perché questa visione è miope.

Con un rapporto spesa IT/PIL pari a 1,9% e una spesa IT/procapite pari a 316 dollari, l’Italia è fanalino di coda. L’apartheid digitale riguarda 12 italiani su 100, pari a circa 7 milioni di cittadini. La PA Digitale potrebbe generare risparmi per 30 miliardi di euro (fonte: Confindustria), ma alla riforma Brunetta (E-gov 2012) serve la banda ultra larga. La banda larga porterebbe 50mila posti di lavoro in 33mila cantieri anti-ciclici. Il broad band è un volano per l’economia: ogni euro investito in progetti di banda larga, genera 4 euro di Pil (fonte: Ocse).

L’Italia deve imparare a gettare lo sguardo oltre la crisi (e il cuore oltre l’ostacolo): l’Ict è la ricetta giusta per crescita, come recitano i dati dell’Osservatorio Smau – Politecnico di Milano. Andrea Rangone, Coordinatore degli Osservatori ICT & Management della School of Management del Politecnico di Milano ha detto al Convegno di apertura di Smau 2010: “Tra le prime 60 imprese al mondo con maggiore capitalizzazione di borsa, ben 16 sono del comparto ICT (Apple, Miscosoft, China Mobile, Google, IBM, AT&T, Oracle, Vodafone, CIsco Systems, Telefonica, America Movil, Intel, Siemens, Hewlett-Packard, Samsung, Verizon). Comparto ICT che è quello maggiormente rappresentato, anche più del petrolio fermo a ‘solo’ 11 realtà. Le ICT, insomma, stanno cambiando il mondo”. Ma in Italia? Vedremo.

F. Bernabè, Ad di Telecom Italia
F. Bernabè, Ad di Telecom Italia
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