Un dissidente cinese finisce in galera

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Un uomo arrestato per aver espresso dissenso su internet, la denuncia di un gruppo per la difesa dei diritti umani.

Ha 32 anni e si chiama Li Zhi, il funzionario di Dazhou, nella provincia di Sichuan accusato di cospirazione per sovvertire lordine dello stato, come ha riportato il gruppo Human Rights in China (HRIC). Li è stato individuato l8 agosto e accusato formalmente il 3 settembre, secondo lHRIC. In caso di emissione di verdetto di reità, potrebbe essere condannato a 15 anni di detenzione. Negli ultimi anni, il caso di Li fa compagnia a diversi altri, non è il primo cittadino cinese a essere perseguito per lutilizzo di internet, ricorda il gruppo. A giugno quattro giornalisti vennero condannati a un lungo periodo di detenzione per aver pubblicato su internet appelli per un cambiamento politico. LHRIC dichiara di deplorare la soppressione e la persecuzione di persone che vogliono pacificamente esprimere le loro opinioni su internet. Finora non vi sono stati commenti da parte delle autorità cinesi. Li, che era solito esprimere le proprie idde su chat room online è stato anche accusato di avere contatti con (noti?) dissidenti oltreoceano, riporta il gruppo, citando fonti anonime. Liu Qing, presidente dellHRIC afferma che il controllo di email e chat room rappresenta uninaccettabile lesione della privacy. Le autorità cinesi sono evidentemente tra due fuochi: da una parte devono promuovere il potenziale commerciale di un mezzo come internet, dallaltra non possono perdere il controllo dei contenuti politici. Il gruppo internazionale Reporters Without Borders ha calcolato che la Cina impieghi 30.000 persone per controllare cosa fanno le persone quando sono online. La censura si dispiega anche con i filtri installati dal governo, che impediscono laccesso a siti gestiti da gruppi dissidenti, gruppi per i diritti umani e alcuni siti di informazione. Ma anche i contenuti di siti nazionali vengono accuratamente controllati. Secondo Reporters Without Borders, sarebbero 36 le persone finora arrestate e incarcerate per la pubblicazione di contenuti non approvati su internet.

Autore: ITespresso
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