Un ex programmatore vince la causa contro Intel.

Sicurezza

L’invio di e-mail ad altri dipendenti della compagnia per cui si lavora, anche se contengono critiche sulla compagnia stessa, non può essere considerato violazione del diritto di proprietà.

In una sentenza accolta con entusiasmo dai sostenitori della liberà d’espressione, il tribunale ha modificato la decisione di una Corte d’Appello che condannava Ken Hamidi, uno dei primi dipendenti di Intel, per aver inviato scambiato corrispondenza elettronica con i propri colleghi tuttora dipendenti della compagnia. Lee Tien, della Electronic Frontier Foundation, ha commentato che «La Corte Suprema si è resa conto che si trattava di un caso sulla comunicazione. Se la decisione fosse stata diversa, la struttura fondamentale di Internet, in cui ognuno può comunicare con chiunque altro, sarebbe stata compromessa. Avrebbe balcanizzato la Rete». Hamidi, silurato da Intel nel 1996, inviò una serie di sei email a circa 30.000 dipendenti Intel alla fine degli anni 90. I messaggi criticavano le politiche lavorative della compagnia, proponevano ai dipendenti di unirsi ad un gruppo anti-Intel e suggerivano loro di cercare lavoro da un’altra parte. Intel sperò in un’ordinanza del tribunale che intimasse la sospensione della campagna nociva, sostenendo che le email di Hamidi arrecassero danno al luogo di lavoro e violassero la proprietà delle sue reti. La Corte Superior Court dello stato della California diede ragione ad Intel nel 1998, ordinando ad Hamidi di smettere l’invio delle email. Hamidi si appellò alla sentenza, ma nel 2001 la Corte d’Appello riconfermò che Hamidi stava violando il diritto di proprietà sui Intel. Il tribunale giustificò l’ingiunzione contro Hamidi basandosi sulla comune disposizione di legge conosciuta come “violazione del diritto di proprietà di beni mobili” che consente di denunciare chi abusa della proprietà altrui, anche se non la ruba. La decisione della Corte D’Appello poi sostenne che le ingerenze con le proprietà di un altro fossero sufficienti per garantire un’ingiunzione. La Corte Suprema invece ha rifiutato le ragioni della corte d’appello, sostenendo che le email di Hamidi non hanno violato la proprietà visto che non hanno creato danni ai server. La Corte ha dichiarato l’opinione maggioritaria secondo la quale «Hamidi non ha fatto altro che utilizzare il sistema di posta elettronica per lo scopo cui è preposta, comunicare con i dipendenti». E ha aggiunto «Il sistema funziona così come è stato progettato, consegnando i messaggi senza alcuno strumento fisico o funzionale di danno. Queste trasmissioni occasionali non possono ragionevolmente essere considerate come dannose per la qualità o il valore del sistema informatico di Intel». Gli avvocati e i sostenitori di Hamidi temevano che, nel caso la decisione del tribunale fosse stata confermata, avrebbe creato un precedente e le persone sarebbero state perseguibili per aver cliccato su un collegamento verso una pagina web o inviato una singola email indesiderata. “La Corte Suprema ha immediatamente rifiutato l’invito a creare una nuova regola con il potenziale di paralizzare Internet» ha commentato Gregory Lastowka, uno dei legali di Hamidi. “Se un querelante vuole sporgere denuncia per violazione del diritto di proprietà, deve sussistere qualche prova di danni reali al sistema di comunicazioni.” Intel ha argomentato che invece si tratta di un caso sulla proprietà privata e non sulla libertà di parola. Chuck Mulloy, portavoce di Intel, ha dichiarato che la compagnia non ha ancora deciso se appellarsi alla sentenza. La sentenza non impedisce comunque alle compagnie di denunciare gli spammer che intasano i loro server. “Il carico funzionale per i computer Intel, o il costo, in termini di tempo, per i singoli destinatari, dei messaggi occasionali di Hamidi non può essere paragonato ai carichi e costi provocati agli ISP e ai loro utenti dalla massa sempre crescente delle email commerciali», secondo la Corte, che ha aggiunto che Intel non può fermare Hamidi col sostenere che le email disrupted il luogo di lavoro e nuociano alla produttività, asserendo che la compagnia non può vantare alcun diritto sul tempo dei propri dipendenti La Corte non ha comunque deciso che, secondo quanto prescrive il Primo Emendamento, Intel sia obbligata a permettere che le email di Hamidi giungano nelle caselle di posta dei propri impiegati.

Autore: ITespresso
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