Una strada in salita per le software house italiane

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Quale sarebbe lo scenario che si presenterebbe di fronte alle Pmi che tutti i giorni si occupano di software se la nuova normativa sulla brevettabilità dovesse passare?

Con Renzo Davoli, Professore Associato di informatica presso l’Università di Bologna e direttore del Master in Tecnologia del Software Libero e Open Source, CRN ha voluto approfondire le tematiche e cercare delle risposte CRN: Professore, può tracciare un quadro della situazione attuale e uno su quello che potrebbe accadere se la nuova normativa sulla brevettabilità del software dovesse entrare in vigore? Renzo Davoli: Il brevetto incarna l’idea in sé, i passi logici e l’algoritmo. Nel caso in cui la norma europea sulla brevettabilità del software fosse approvata dal Parlamento Europeo in seconda lettura ed entrasse in vigore, un qualsiasi programmatore per poter pubblicare un programma da lui interamente scritto dovrà preventivamente leggere e verificare la catalogazione di tutti i brevetti affinché non vi ritrovi una delle idee usate nel suo programma. Si tenga conto che fino a ora, l’European Patent Office (Epo) ha già dato il benestare a oltre 30 mila brevetti software in modo incoerente con la normativa vigente e quindi di fatto nulli, non oso immaginare cosa potrebbe succedere se questa nuova normativa dovesse entrare in vigore, risulterebbe impossibile verificare se altri avessero avuto simili idee. Un altro pericolo che sta dietro l’angolo è quello legato alla tutela brevettuale che regala, direttamente nelle mani delle grandi realtà multinazionali, un potere ampio che sfocia nel sequestro cautelativo. Facciamo un esempio. Un piccolo programmatore che ha realizzato un software innovativo senza violare alcun brevetto, potrebbe trovarsi di fronte una grande multinazionale che, sentendosi in qualche modo minacciata, potrebbe scatenare un pool di legali contro il piccolo programmatore impedendogli, previa decisione del giudice, di commercializzare il software da lui realizzato. È chiaro che dietro un’azione di questo tipo ci sono forti interessi economici, ma non si tratta di fantascienza, sono cose che succedono anche oggi. E chi ne paga le conseguenze? Solo la piccola azienda o l’imprenditore-programmatore individuale che, trovandosi in queste condizioni, è costretto a chiudere i battenti. Oggi, per come sono organizzati, i brevetti tutelano solo le grandi aziende che per difendersi stipulano tra loro accordi di non belligeranza, una sorta di cartello, a scapito delle Pmi che, guarda caso, sono il tessuto economico italiano. Penso che le imprese del nostro Paese finiranno, giocoforza, schiacciate dalla supremazia delle grandi multinazionali d’oltreoceano che, avendo le armi giudiziarie dalla loro, potranno sfruttare idee innovative europee, che arrivano spesso da organizzazioni medio piccole. E il brevetto non farà altro che danneggiarle in modo colossale, così come si danneggerebbe la cultura. Domandiamoci cosa sia il software. Non è altro che l’analisi e la ricerca di una soluzione al problema attraverso la sua scomposizione in passi risolutivi elementari e la riscrittura del metodo risolutivo in un linguaggio che una macchina è in grado di tradurre ed eseguire. Non stiamo forse parlando del software come forma di cultura? Se fosse così e se si ammettesse che si possa brevettare il software si dovrebbe altrettanto ammettere che si possa brevettare anche un ritmo musicale oppure le idee politiche come il capitalismo o il comunismo. e conseguentemente si dovrebbero pagare delle royalties su ogni utilizzo di queste forme di cultura. CRN: A questo proposito come si insinua il discorso sull’open source? R.D.: L’open source non può pagare royalties perché è basato su un modello di mercato completamente diverso che valorizza il lavoro e non il prodotto. Nel software libero si paga lo sviluppo di soluzioni e di personalizzazioni, il mantenimento dei programmi (l’aggiornamento e la soluzione di bug, per esempio) ma non la copia che è libera e gratuita per ogni scopo. Per cui è impensabile versare, oltre al prezzo per il servizio richiesto, anche una somma aggiuntiva per ogni copia del software stesso, nessuno è in grado di conoscere quante siano le copie di un programma libero in circolazione. Questo modo d’agire cozza sicuramente in un mondo fatto di brevetti. L’unico modo per fare software libero in questo mondo è utilizzare elementi o pezzi non brevettati o brevettati da coloro i quali, volutamente, hanno deciso di agire in questo modo per destinarli al mondo dell’open source. CRN: Che tipo di scenario ci si potrebbe aspettare per le piccole software house italiane se questa normativa sulla brevettabilità del software dovesse prendere piede? R.D.: Sarà una strada in salita e ben presto si capirà che si è trattato di un errore. In America, per esempio, molte aziende si sono già rese conto che con l’introduzione di una brevettabilità sempre più spinta, i fondi destinati alla ricerca e sviluppo sono direttamente spostati all’ufficio legale, con un conseguente arretramento dal punto di vista dell’innovazione. Sfortunatamente l’Italia ha un comportamento un po’ miope, non ha mai l’accortezza di osservare cosa sia successo all’estero, carpirne gli errori anticipatamente e trovare preventivamente una soluzione, deve ripercorrere la stessa strada a ostacoli nonostante abbia la soluzione a portata di mano. Sono convinto che se l’Italia cadrà nell’errore della brevettabilità del software, ritornerà sui propri passi perché si accorgerà del forte danneggiamento che ricadrà sul Paese stesso. Qualora la normativa entrasse in vigore lascerebbe in ogni caso alcuni dubbi colmabili solo dalle prime sentenze in materia, che faranno giurisprudenza. In realtà la norma non è chiara perché in alcuni punti indica il software in quanto tale come non brevettabile (Articolo 4: “.. non sono brevettabili le invenzioni implicanti programmi per elaboratori… che applicano metodi per attività commerciali, metodi matematici o di altro tipo e non producono alcun effetto tecnico oltre a quello delle normali interazioni fisiche fra un programma e l’elaboratore, la rete o un altro apparecchio programmabile in cui viene eseguito), in altri di brevettabilità delle computer implemented invention, cioè gli apparati che inglobano il software (Articolo 5: “Gli Stati membri assicurano che un’invenzione attuata per mezzo di elaboratori elettronici possa essere rivendicata come prodotto, ossia come elaboratore programmato, rete di elaboratori… , altro apparecchio, o processo realizzato… mediante l’esecuzione di un software”). Cosa è quindi brevettabile? L’hardware e il software venduti assieme? E se un software che attua simili elaborazioni viene venduto o distribuito senza hardware? È coperto dal brevetto? Quali interazioni sono “normali” fra computer un programma e un elaboratore? Una stampa, una visualizzazione, l’espulsione di un Cd dal lettore sono effetti tecnici? Sarà proprio in questo limbo che le sentenze dovranno fare giurisprudenza.

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