Web Tax, i giganti del Web nella rete del Fisco… E’ proprio così?

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Il fisco italiano chiede il 15% sul miliardo di profitti a Google

L’avvio “ufficiale” della Web Tax all’italiana è stato rimandato al 1 gennaio 2019. Tutta da dimostrare l’efficacia della proposta che rischia di mettere sotto pressione anche il tessuto delle nostre imprese

Mentre l’Ocse alza le stime per il Pil italiano dal +1,6 percento per il 2017, e sostanzialmente equivalente per il 2018 (+1,5 percento), segnala anche come la crescita resterà una “mini” crescita, tanto da ridursi per il 2019 al +1,3 percento.

Anche per questa ondata di favore economico, in pratica, il Bel Paese è destinato a crescere meno degli altri suo più importanti competitor in Europa e quindi in parole davvero molto semplici a perdere ulteriormente terreno (tantopiù se si pensa che il Pil mondiale è stimato in aumento di circa il 3,6 percento).
Potremo vantarci di un tasso di disoccupazione in calo di appena un minimo punto percentuale pieno per il 2019 e dello 0,7 percento tra il 2017 e il 2018? Pensiamo proprio di no, troppo poco. 

Per l’ennesima volta negli ultimi dieci anni l’Ocse richiama l’Italia e questo è quello che più conta a una più incisiva lotta per la riduzione dell’evasione fiscale. In Italia il valore dell’evasione fiscale si aggira intorno ai 100 miliardi di euro, in pratica il valore di 6/7 leggi finanziarie, soldi persi che vanno tra l’altro ad alimentare in tanti casi una serie di pratiche illegali, eppure in questo ambito non si muove praticamente foglia. 

Ritorna lo spettro della WebTax
Ritorna lo spettro della Web Tax – Ne parlavamo con questi toni già nel 2012. Così formulata sembra semplicemente l’ennesimo escamotage del Governo per trovare un’altra possibilità di Money Mining. Se si vogliono colpire realmente le elusioni di Google, Amazon e Facebook e compagnia cantanti  le vie sono europee o non sono

Dall’evasione all’elusione. In questo ultimo ambito sembra che invece siano in arrivo importanti novità. A partire dal 2019  dovrebbe diventare realtà la Web Tax, approvato l’emendamento alla Manovra per il 2018 in commissione bilancio del Senato, si va verso la tassazione dei colossi del Web, nel mirino quindi ci dovrebbero essere prima di tutto Google, Facebook ed Amazon. La forma scelta sarebbe quella della tassazione con aliquota fissa del 6 percento per le prestazioni di servizi tramite mezzi elettronici.

Secondo i primi calcoli la tassa potrebbe procurare un gettito di circa 228 milioni di euro, ma ancora da dimezzare per il credito di imposta. Il meccanismo dovrebbe prevedere l’azione dell’Agenzia delle Entrate sui soggetti non residenti in Italia che erogano più di 1500 prestazioni di servizi, oppure le cui transazioni superano 1,5 milioni di euro.

Le imprese che ne fruiscono, che hanno sede in Italia dovrebbero trattenere il 6 percento in fattura e versarlo allo Stato, per ottenere il relativo credito di imposta utilizzabile per abbassare il valore da pagare per Ires, Irap, Inail e altri contributi previdenziali.

Forse sarà meglio sperare nel prodotto della Commissione Europea che il prossimo gennaio chiudera la consultazione rivolta a imprese e cittadini per considerare l’applicazione di una Web Tax europea. Senza una risposta internazionale, frutto dei negoziati in corso con la stessa Ocse, sarà la Commissione Europea a proporre nuove regole UE per garantire una tassazione corretta. E verrebbe subito da pensare che proprio questa sarebbe l’unica via da seguire. 

E’ tutto da dimostrare infatti l’effettivo funzionamento della Web tax nostrana e soprattutto i possibili danni anche per le nostre Pmi che vendono sui market place stranieri i propri prodotti, con una logica che in pratica sembra ribaltare per l’ennesima volta sui clienti gli oneri.
Un po’ come già accade quando i privati devono pagare le prestazioni professionali. Qualcuno si è mai chiesto perché fanno imbiancare casa in nero? Forse la riposta non è semplicemente che alla fine l’IVA dell’imbianchino ricade solo su di loro? 

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