WikiLeaks chiede donazioni

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Gli Stati Uniti hanno bloccato il meccanismo di finanziamento via carte di credito, ma ora il sito delle fughe di notizie ha esaurito i fondi. Come aiutare WikiLeaks

Le rivelazioni dei cablo rilasciati da WikiLeaks hanno permesso la Primavera Araba, ma hanno dato il là anche al fenomeno globale degli “Indignati”. In Italia hanno svelato numerosi retroscena sull’attuale governo, sulle reali intenzioni della prima versione del Piano Romani e perfino sull’insabbiato Rapporto Caio sulla banda larga. Ma gli Stati Uniti, irritati per il rilascio dei cablo, fin da gennaio hanno bloccato il meccanismo di finanziamento via carte di credito come Mastercard o il sistema di pagamento online PayPal.

Il blocco finanziario ha impedito l’afflusso al sito del 95% delle sue entrate. Ora Julian Assange, fondatore di WikiLeaks, ai domiciliari nel Regno Unito, corre ai ripari con nuovi meccanismi di donazione alternativi. E invita tutti a contribuire per mantenere in piedi il sito delle fughe di notizie: “Non si può permettere a una manciata di aziende finanziarie statunitensi, a causa del loro portafogli, di decidere come il mondo intero debba votare“.

Nel frattempo WikiLeaks sospende tutte le pubblicazioni ed apre una sorta di contenzioso contro il blocco in Islanda, Danimarca, Bruxelles, Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia, oltre ad aver depositato una querela per violazione della concorrenza alla Commissione Europea e a ver fatto richiesta di apertura, da parte della European Competition Authority, di un‘inchiesta su VISA e MasterCard.

In questi mesi, per scongiurare la chiusura di WikiLeaks, sono nati altri progetti simili: Openleaks, aperto da un ex membro di Wikileaks, Daniel Domscheit-Berg; e Globaleaks, che sfrutta Tor, gli Hidden Services di Tor ed il proxy Tor2Web, ma anche Wiki e Launchpad. Il futuro del “Public Disclosure” sembra assicurato.

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