Facebook e Cambridge Analytica, big data fuori controllo

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Facebook e Cambridge Analytica al centro delle polemiche sull’utilizzo dei dati degli utenti. Oltre il fatto, una serie di riflessioni. Dall’Internet of Things al mercato dell’Internet of People, dove la merce siamo noi

Da una parte Facebook e Zuckerberg chiamato a rendere conto di che cosa accada sulla sua “bacheca più grande del mondo”, dall’altra parte Cambridge Analytica, un’azienda che sa giocare con i dati e con la psicografia, sa raccogliere le informazioni degli utenti, valorizzarle e rivenderne il succo al migliore offerente (magari a fini elettorali, per spostare opinioni e far acquisire consenso al cliente).

E in mezzo ci siamo noi, a volte troppo disinvolti nel partecipare all’agorà digitale e sociale, ai quiz, ai sondaggi, a scaricare app, ma anche a pubblicare ovunque i fatti nostri, mettere la vita in piazza, senza porci troppe domande. Senza comprendere che quando qualcosa è proposto gratis, on-line, alla fine la merce siamo noi.
Questa potrebbe essere la sintesi di tutte le polemiche di questi giorni.

Cambridge Analytica

Il bubbone su cosa accada ai dati (e cosa sia accaduto nel periodo delle elezioni USA del 2016) è balzato agli onori della cronaca quando Facebook ha deciso di bloccare l’account di Cambridge Analytica la cui colpa sarebbe aver violato le regole relative alla raccolta e alla detenzione di informazioni degli utenti del social network. La scelta di Facebook, di indagare, sarebbe stata dettata da alcune evidenze sul fatto che una serie di dati utilizzati da Cambridge Analytica non sarebbero stati rimossi dal database come richiesto dal social network.

Sì, perché di fatto l’azienda che lavora con i Big Data non ha rubato nulla, considerato che i dati sono stati raccolti proprio con poche “apparentemente innocue” domande rivolte al pubblico che ha scaricato un’app il cui login poteva essere effettuato con le credenziali di Facebook.  E’ l’utilizzo successivo invece che sarebbe ora sotto “processo”, con una serie di cessioni non legittime per utilizzi poi impropri.

Le aziende infatti che chiedono per i propri servizi un login tramite User Id e password di Facebook, possono poi accedere a una serie di dati degli utenti registrati, più o meno dettagliate. Cosa legittima, perché il login in questo modo serve proprio ad evitare agli utenti la noiosa compilazione di campi dati già concessi al social network. Altracosa però è poi cedere queste informazioni a servizi terzi che le utilizzeranno a loro uso e consumo all’insaputa degli interessati e questo senza dubbio è accaduto davvero.

Si parla di circa 270mila profili iniziali, che poi sono stati “intrecciati” con i profili degli amici collegati e quindi sono diventati 50 milioni di bersagli, influenzabili in qualche modo proprio sfruttando le tecniche psicografiche in cui Cambridge Analytica pare saperci fare.

Semplificando al massimo queste tecniche consentono di delineare il profilo degli utenti e la loro posizione su argomenti del tutto estranei alle domande effettivamente somministrate, per trovare poi il modo migliore per persuaderli quindi a compiere scelte di spostamento rispetto alle proprie opinioni iniziali.

I vari passaggi relativi poi e gli spostamenti di voti alle elezioni di Trump, per la Brexit e ogni altra volta siano stati utilizzati i dati sono solo relativamente importanti, e le giustificazioni del caso di una parte e dell’altra sono ininfluenti ai fini della piccola inchiesta. Il messaggio da portare a casa è un altro e il forte calo di Facebook in borsa lo conferma.

I dati sono oro nero, lo sappiamo, per questo non ci si può illudere che l’utilizzo di social, e del Web tout court sia a costo zero, per noi. Il valore di Linkedin, Google, Facebook e qualsiasi altro servizio online passa dalla capacità di monetizzare le informazioni raccolte, e non è rappresentato esclusivamente dal valore della piattaforma.

Nessuno – veramente nessuno – legge mai le condizioni di utilizzo di questi servizi: si vuole il prodotto e si clicca senza indugio “Accept” a volte senza rendersi nemmeno conto di perdere la proprietà intellettuale di quello che si pubblica, inalienabile per natura, alienabile – in pratica – per contratto.

Cambridge Analytica sembra saper fare molto bene il proprio mestiere, noi non possiamo illuderci che rispondere a test, sondaggi, questionari, sia interessante solo per noi, per divertirci, senza che chi pone le domande rinunci ai propri fini. 

La cosa surreale è che in mezzo al fiorire di regolamenti sulla privacy, nell’era del GDPR, emerge evidente quanto sia davvero difficile trovare la quadra di un limite, e in successione comprendere chi effettivamente lo superi. Da qui la prudenza, perché il problema di Facebook ora è proprio questo: con i dati si possono fare i soldi, ma dimostrare di non rispettare e far rispettare le regole del gioco e di perderne il controllo può costare caro. A noi, a tutti. 

Nell’era degli algoritmi e dell’AI, in che misura possiamo davvero mantenere il controllo sulle possibili elaborazioni che sono fatte non solo sulle informazioni che cediamo, ma anche su quelle elaborate?

Perché anche con il migliore dei regolamenti in essere, se l’utente clicca “Accetto”, il gioco è fatto e siamo noi i primi a farci merce più o meno consapevole, pronta per essere scambiata da chi ci sa fare, chiunque esso sia. Siamo noi a diventare gli oggetti di studio e così diamo vita a tutti gli effetti a un’Internet of People, ancora più fruttuosa, e decisamente più a rischio sicurezza, dell’Internet of Things. 

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