Operatori del commercio: è giusto operare in perdita pur di restare monopolisti?

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Il drone di Amazon ha consegnato il primo pacco

Come sta cambiando il ruolo del commercio? Quali prospettive sul lavoro e quali sviluppi in ambito fiscale? E il ruolo della delocalizzazione. Con Davide Rossi, direttore generale Aires, abbiamo tracciato un quadro su come sta cambiando il commercio

Come sta cambiando il commercio? E’ giusto pensare a un operatore del commercio che, pur di diventare monopolista, operi in perdita? E’ accettabile un modello di sviluppo commerciale in cui vi sia un operatore che ha un modello che funzioni nella misura in cui diventi monopolista? Sono domande che lasciano spazio a riflessioni, a opinioni e questo vogliamo fare. A questo proposito abbiamo sentito Davide Rossi, direttore generale e consigliere Aires, e fatto con lui qualche riflessione.

Davide Rossi

Si parte da una classifica di OC&C che rileva chi sta sul podio tra i brand preferiti dai francesi in ambito retail. Ciò che balza all’occhio è la detronizzazione di Amazon che passa al quinto posto, scalzata da Decathlon. Secondo lo studio di riferimento OC&C, Amazon ha tenuto a lungo il primo posto. Il rivenditore online americano è stato per quattro volte al vertice della classifica in sette anni.

Secondo una nota della società, i consumatori basano le proprie scelte su tre criteri: rapporto qualità/prezzo, convenienza e sicurezza. È questo ultimo criterio che probabilmente è costato il primato ad Amazon nel 2017. Ma la grande perdente è Apple che non appare nemmeno più nei primi dieci posti. La sofisticazione tecnologica da sola non è sufficiente per attirare gli acquirenti. Se i prezzi bassi restano un asse forte, i clienti dei marchi a basso costo vogliono anche dimostrare che la qualità dei prodotti è un fattore di scelta.

Secondo Rossi, “il modello Amazon è competitivo solo se monopolista perché se si è un pure player il modello Amazon non è sostenibile, sia a livello ecologico, sia tecnologico sia a livello di costi. Non è pensabile che un pure player possa permettersi le consegne a domicilio del cliente per singoli colli, quando anche per Amazon diventa sconveniente a livello economico ed ecologico. Non è accettabile che ci sia un operatore che abbia un modello di sviluppo che funzioni nella misura in cui diventi monopolista”. Rossi fa anche un discorso di delocalizzazione e regolamentazione fiscale. “Servono regole uguali per tutti – sottolinea – deve prevalere il senso che spostare la sede amministrativo/fiscale all’estero non sia più conveniente perché ci sono norme che rischiano di essere vincolanti per chi decide di restare in Italia e non per chi risiede all’estero”.

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La logistica di Amazon

Rossi rileva un altro fenomeno legato alla ‘fine’ dei negozi tradizionali e lo spostamento dei lavoratori in realtà come Amazon. In particolare, spiega come “Se da un lato, queste realtà, come anche Google, Facebook, erano viste come una manna per l’Italia, oggi ci si rende conto che il clima non è poi così roseo: se da un lato sono state perse risorse pubblicitarie tra Tv e giornali, dall’altro, sul fronte del commercio, per cento dipendenti persi nei negozi tradizionali, che comunque con fatica hanno tenuto, dieci sono finiti alla corte di Amazon come magazzinieri”. Ecco quindi che si apre un nuovo capitolo, quello dei salari. Siamo in America, fonte è The Economist, nelle grandi e piccole città degli Stati Uniti in cui Amazon apre centri di distribuzione la diminuzione dei salari è un fenomeno comune. Secondo quanto riporta la rivista Internazionale, “le cifre del governo dimostrano che questo calo è in media del 3%. In tutti i posti in cui l’azienda è presente, i suoi dipendenti guadagnano il 10% in meno dei colleghi impiegati altrove”. Secondo la società di ricerche eMarketer, “per ogni dollaro speso online negli Stati Uniti circa 44 centesimi finiscono nelle tasche di Amazon”. In parte il successo di Amazon dipende dalla velocità e dalla convenienza. Negli Stati Uniti l’azienda ha più di 75 centri di “evasione ordini” e 35 centri di smistamento, dove lavorano a tempo pieno 125mila persone. Per contenere i costi, l’azienda non solo deve avere decine di depositi, ma deve anche gestirli in modo efficiente.

Mentre al personale dei negozi tradizionali può succedere di stare ore senza far niente, i dipendenti di Amazon – gli “stivatori” che sistemano la merce negli scaffali, i “raccoglitori” che la prendono dagli scaffali e gli “imballatori” che la preparano per la spedizione – non si fermano mai. I raccoglitori hanno un dispositivo portatile per conoscere l’aspetto di un oggetto, dove si trova e come raggiungerlo nel minor tempo possibile. Per rispettare gli standard di velocità, in un turno recuperano mille prodotti e percorrono più di venti chilometri.

Secondo il Bureau of labour statistics (Bls), nel complesso i magazzinieri delle contee in cui Amazon ha un deposito guadagnano circa 41mila dollari all’anno rispetto ai 45mila del resto del paese. Sempre in base ai dati del Bls, nei dieci trimestri precedenti all’apertura di un centro Amazon gli stipendi nei depositi della zona aumentano in media dell’8 per cento, nei dieci trimestri successivi invece calano del 3%.

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