Rivoluzione Copyright, l’UE approva la direttiva che non va bene a nessuno

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Copyright e pacchetto Telecom: la UE sfodera le sue proposte

A larga maggioranza è stata approvata la direttiva europea sul copyright che andrà recepita dagli ordinamenti nazionali. Gli articoli 11 e 13 scatenano il dibattito

 Con 438 voti a favore, 226 contrari e 39 astensioni il Parlamento Europeo ha approvato la nuova direttiva sul Copyright (dopo la bocciatura di luglio) che potrebbe essere definitivamente licenziata entro la fine del 2018 le cui indicazioni dovrebbero poi essere rese concretamente applicabili nelle regolamentazioni e nelle leggi dei singoli Paesi, nel modo ritenuto più opportuno dagli stessi.

Chi pensa alla Direttiva come alla fine dello strapotere dei giganti del Web a vantaggio degli autori sbaglia di grosso. Questa risoluzione alla fine sembra perfetta per allontanare ulteriormente l’Europa dal mondo, e stravolgere Internet con una serie di cavillosità il cui giudizio e la cui applicazioni paiono davvero il capolavoro di Azzeccagarbugli.

Due gli schieramenti: da una parte coloro che credono che il saccheggio dei contenuti da parte dei giganti del Web che sfruttano snippett (con titolo, occhiello e foto) per generare traffico e ricavi pubblicitari con i contenuti prodotti da editori ed autori, comporta costi elevati a questi ultimi a fronte di ricavi sempre minori.

Dall’altro lo schieramento di coloro che pensano che Internet, che si basa proprio e anche su questa possibilità di collegamento e ‘rilancio’, potrà solo soffrire per i limiti imposti che si riverberebbero contro gli stessi produttori di contenuti. Limiti che prevedono da una parte il pagamento di un equo compenso da parte di social e piattaforme di ‘rilancio’ a chi produce i contenuti e dall’altro anche limiti precisi nelle possibilità di saccheggio. 

Regolamento AgCom, un anno dopo
Sotto la lente l’art. 11 e l’art. 13. Nonostante gli emendamenti, siamo lontanissimi dall’idea di una reale protezione del diritto d’autore

La soluzione sarebbe ideale se non fosse che la direttiva è troppo lacunosa, e corre il rischio di stravolgere senza risolvere, di minacciare sanzioni e richiedere provvedimenti alla portata solo dei Big del Web e quindi in verità punitivi solo per i più piccoli. 
Nel dettaglio sono sotto accusa soprattutto due articoli, l’articolo 11 e l’articolo 13, che infatti prima dell’approvazione sono stati sottoposti a relativi emendamenti. 

Partiamo dall’articolo 13. Esso invita social e giganti del Web ad adottare misure proporzionate, opportune ed appropriate per impedire che i contenuti generati dagli utenti violino il copyright degli autori. 

L’articolo 13 è stato emendato su tre punti legati relativi a tre obblighi: le piattaforme digitali che sfruttano commercialmente i contenuti vengono così sollevate dall’immunità per violazione di diritto d’autore degli utenti. Le piattaforme devono stipulare ovunque sia possibile accordi di licenza, senza i quali non possono pubblicare l’opera degli autori (il diritto d’autore, lo ricordiamo non riguarda in questo caso tanto la pirateria, la copia,  quanto piuttosto il fatto che proprio perché un’opera viene ospitata e riprodotta su una piattaforma, la piattaforma stessa dovrebbe ricompensare l’autore). Terzo elemento: se non stringono accordi di licenza, gli stati membri possono imporre alle piattaforme l’installazione di algoritmi che impediscano automaticamente la violazione dei diritti d’autore.  

Si dovrebbero adottare una serie di automatismi e di filtri per aderire a questo articolo, ma i rischi legati agli automatismi sono altissimi, così come quelli legati ad un utilizzo censorio dei filtri stessi.

L’altro problema è forse anche maggiore. Secondo l’articolo 11 agenzie e produttori di contenuti potrebbero rivendicare i diritti d’autore sulla condivisione dei contenuti (anche nella loro forma minima, cioè di uno snippet). Il problema qui è molto più fitto.

Per esempio, già in alcuni Paesi Google News non è legittimo proprio perché si ritiene che titolo e riassunto di un articolo soddisfino già il bisogno informativo, e quindi che gli snippet siano sfruttati da Google senza giovare per nulla poi agli editori che non vedono gli utenti approdare sulle proprie pagine.

Allo stesso tempo si dovrebbe ben ponderare il fatto che titolo e occhiello sono spesso stati sufficientemente informativi anche nell’era della carta stampata, per cui intrinsecamente il valore dell’informazioni spiccia è oggettivamente importante ma difficile da valorizzare, mentre probabilmente la lettura dell’articolo troppo spesso è scarsamente ritenuta importante, e resta l’unica valorizzabile.

E tanti quotidiani online infatti si sono mossi proprio in quella direzione, sulla falsariga del modello per cui: “un titolo si può sbirciare, ma se vuoi saperne di più devi comprare il giornale”. E se ci si pensa è sempre stato così.

Da qui però a tassare gli snippet ci sembra davvero ridicolo, pensiamo che siano decisamente maggiori i benefici dei danni e poi ci sarebbe da riflettere: nessuno ha mai impedito agli editori di fare loro stessi da grandi aggregatori, l’hanno lasciato fare a Google, così come l’UE ha lasciato fare a Google quello che voleva perdendo il treno delle regolamentazioni necessarie prima che fosse lanciato a una velocità siderale.  

Noi pensiamo: un conto è proteggere il contenuto creativo di chi si ritrova pubblicata as is la propria opera, o comunque ampiamente riprodotta in larga parte; un conto obbligare le piattaforme a un equo compenso nel rilanciare titoli e occhielli (sarebbe proprio così) che sono sì contenuto, ma soprattutto e anche presentazione di un contenuto online che chiaramente non deve poi essere riportato.

Bene la protezione dell’opera, ma dare per legge il potere alle piattaforme ciò che può essere pubblicato e cosa non può essere pubblicato è rischioso, molto rischioso. Tra gli esempi più chiari: “E’ come se in autostrada fosse a carico del gestore rintracciare quali siano le auto rubate che circolano impedendo loro il passaggio”.  

E’ vero, insomma, che il diritto d’autore in Rete non è mai stato protetto e bisogna farlo, ma è certo che i due articoli in questioni incrementano la confusione senza risolvere nulla. La buttiamo là, ma ci crediamo: non è possibile davvero sfruttare blockchain e l’AI per non azzerare, ma certo limitare gli abusi sul copyright? 

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