WhatsApp negato agli under 16? Potrebbe rispondere a una precisa logica commerciale

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Whatsapp apre ai messaggi vocali: entro 15 giorni si potrà telefonare su iPhone

Dietro al divieto di utilizzo di WhatsApp da parte dei minori di 16 anni si sono sovrapposte diverse teorie. Ecco qualche ipotesi e qualche analisi legata all’imminente attuazione del Gdpr

Il divieto ai minori di 16 di utilizzare WhatsApp cosa nasconde realmente? Oggi, con l’imminente attuazione del Gdpr, si potrebbe pensare che la società che domina anche in Italia con la messaggistica ‘gratuita’ stia pensando di mettersi al riparo e tutelarsi in vista del 25 maggio prossimo, ma forse non è proprio così, dietro questa operazione si nasconderebbe una precisa scelta commerciale, legittima, ma commerciale che affonda le radici nel Gdpr, ma non è automaticamente figlia della normativa.

Di questo ne ha parlato Guido Scorza, avvocato e responsabile affari regolamentari del Team per la Trasformazione Digitale, sentito sul tema. Quindi, a logica, verrebbe da pensare, anche secondo quanto ha dichiarato Scorza in un’intervista all’Agi, che questa ‘iniziativa’ va a dimostrare che poiché il colosso della messaggistica non può “chiedere ai minori di 16 anni i consensi privacy al trattamento dei dati personali, sceglie di non fornire loro il servizio”, spiega Scorza in quell’intervista.

Noi di ITespresso.it, ci siamo già occupati, anzitempo, del tema in esame e vi riproponiamo quanto anticipato il 19 aprile scorso da Mario De Ascentiis.

L’età minima per attivare una SIM è fissata a 15 anni dalla maggior parte degli operatori e, a rigor di logica, nessuno avrebbe quindi potuto utilizzare fino ad oggi WhatsApp con un’età inferiore a questa. Si sa però come vanno le cose: le SIM ai figli le attivano i genitori a proprio nome, e le lasciano utilizzare a volte fin dalle prime classi delle elementari, nonostante l’età minima sia sempre stata fissata fino ad oggi nei tredici anni.

Negli anni ’80 con un telefono fisso i ragazzi ne combinavano di tutti i colori, e tutti si possono immaginare cosa accada oggi con uno smartphone: ne parlano un giorno sì e un altro pure tutti i giornali. WhatsApp sembra voler anticipare anche il Regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali e potrebbe innalzare l’utilizzo dell’app dai tredici anni attuali ai sedici anni.

Un’ottima scelta, considerato il disinteresse collettivo per quello che fanno i più piccoli con lo smartphone, e quindi per quello che poi succede nella realtà. Una scelta che vorremmo fissata rigorosamente e presto per tutti i social network, con i quali qualsiasi post o intervento può assumere a tutti gli effetti il carattere di una pubblicazione a mezzo stampa.

Negli Usa fa fede il Children’s Online Privacy Protection Act che fissa in maniera paritetica a quella attuale nostrana la soglia di età per tanti servizi online in 13 anni. In verità il problema non è proprio solo quello di proteggere i minori, ma è anche quello di fare in modo che i minori non si rendano protagonisti di comportamenti di cui non sono in grado di comprendere la portata.

Si sa cosa accade sui gruppi di WhatsApp, come semplici diverbi che a voce si risolverebbero in una tirata di capelli, diventino guerre campali che coinvolgono piccoli, adolescenti e adulti. I litigi e le discussioni spesso degenerano in offese che normalmente riguarderebbero solo le persone interessate e invece diventano “pubbliche”.

WhatsApp e Facebook, verso una maggiore integrazione
WhatsApp  potrebbe innalzare l’età minima di utilizzo da 13 a 16 anni. 

Senza contare che l’utilizzo dei gruppi sta contribuendo a modificare anche le normale buone regole di buona conversazione. Il primo partecipante scrive al mattino “Buona giornata” il secondo cortesemente risponde e non pare vero agli altri 30 membri del gruppo dimostrare la propria buona educazione così da avere in lista una trentina di saluti più o meno cordiali nel giro di pochi minuti.

In questi casi, è vero, l’età non conta proprio, ma se il sale manca nelle teste dei grandi è difficile che si riesca poi a raddrizzare i più piccoli: si potrebbe magari ricordare che come tutti gli strumenti anche WhatsApp consuma risorse, e utilizzarlo quando serve con sobrietà è un’ottima scelta. 

Resta un problema e non di poco conto. Così come sarà interessante vedere in che modo il legislatore applicherà le sanzioni che promette per quanto riguarda il GDPR, sarebbe interessante comprendere in futuro l’impegno che tutti gli attori metteranno perché quest’ottima iniziativa (per ora tra l’altro non ancora documentata a livello ufficiale) sia effettivamente rispettata.

Le buone intenzioni che animano il proliferare odierno di regole e regolamenti su privacy e tutela dei dati sembrano infatti crescere in modo inversamente proporzionale alla capacità di assimilare la “ratio” che le ha dettate e spesso mancano di tutta una serie di indicazioni pratiche per cui possano essere veramente applicate. Per quanto riguarda la “ratio” quindi, ci sarà ben poco da fare e i genitori che autorizzavano allegramente l’utilizzo di WhatsApp a 6/8/10 anni lo faranno anche dopo con il divieto a 16 anni.

Per quanto riguarda il secondo punto pare che al momento il principio che vada per la maggiore sia quello dell’assunzione di responsabilità: “io regolamentatore e/o azienda ti ho dato delle indicazioni, non importa che non ti abbia costretto ad applicarle, sta di fatto che tu ti sei mosso al di fuori della regola”, fino a quando non succede nulla quindi “chi se ne importa”, e quando invece qualcosa succede l’azienda avrà scritto nelle sue note quello che doveva scrivere e il regolamentatore potrà sanzionare a dovere. In fondo è una storia che si ripete.   

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